La resistenza agli antibiotici potrebbe aumentare con il riscaldamento globale

Uno studio statunitense ha evidenziato una correlazione tra l’aumento della resistenza agli antibiotici di tre comuni ceppi batterici, la crescita della popolazione e l’aumento delle temperature minime locali

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Finora gli esperti mondiali avevano puntato il dito contro l’eccesso di prescrizioni, ma l’abuso di antibiotici potrebbe non essere l’unica causa che sta spingendo i ceppi batterici a sviluppare resistenza. Un nuovo studio effettuato negli Stati Uniti, pubblicato sulla rivista Nature Climate Change, avanza l’ipotesi che anche l’aumento delle temperature minime locali e la crescita della popolazione possano giocare un ruolo importante nello sviluppo dell’antibiotico resistenza – che, ricordiamolo, è stata riconosciuta dall’Oms come una serissima minaccia per la salute dell’umanità.

Studiando la distribuzione dell’antibiotico resistenza negli Stati Uniti, un team di epidemiologi della Harvard Medical School, del Boston Children’s Hospital e dell’Università di Toronto ha notato che il fenomeno era superiore in quelle aree geografiche in cui la media delle temperature minime locali si era alzata di più nel corso del tempo e dove la densità di popolazione era maggiore.

“Gli effetti del clima sull’andamento di numerose malattie infettive sono sempre più evidenti, ma per quanto ne sappiamo questa è la prima volta che risultano implicati nella distribuzione della resistenza agli antibiotici in diverse aree geografiche”, ha commentato Derek MacFadden, tra gli autori dello studio.

Per valutare il fenomeno della resistenza agli antibiotici di tre ceppi batterici comuni (E. coli, K. pneumoniae e S. aureus), i ricercatori hanno assemblato un ampio database attingendo dai registri di sorveglianza ospedaliera, di malattia e dagli archivi di laboratorio di 223 strutture in 41 Stati tra il 2013 e il 2015.

Dai dati relativi alla prescrizione di antibiotici nelle diverse aree geografiche, il team ha confermato che l’aumento della prescrizione era associato a una maggiore resistenza agli antibiotici per tutti i patogeni indagati. Ma gli scienziati non si sono fermati qui: confrontando il database con le coordinate di latitudine e con le temperature locali medie e medianetra il 1980 e il 2010, hanno scoperto che a temperature minime locali più alte corrispondeva una maggiore resistenza agli antibiotici. In particolare Si è riscontrato che aumenti locali della temperatura minima media di 10 gradi Celsius è associato un incremento della resistenza agli antibiotici del 4,2%, 2,2% e 3,6% rispettivamente nei ceppi di E. coli, K. pneumoniae e S. aureus.

La resistenza agli antibiotici, inoltre, cresceva con la densità di popolazione: un aumento di 10.000 persone per miglio quadrato era associato all’incremento del 3% e 6% nella resistenza agli antibiotici in E. coli e K. pneumoniae rispettivamente, mentre la resistenza agli antibiotici di S. aureus non sembrava essere significativamente influenzata.

Benché siano necessari ulteriori studi a conferma delle loro osservazioni, gli autori avanzano l’ipotesi che l’aumento delle temperature e della densità della popolazione possano agire per facilitare la trasmissione dei patogeni, incrementando dunque l’opportunità che, sotto la pressione selettiva dei nostri antibiotici, i ceppi batterici sviluppino resistenza.

“Stime precedenti ci hanno già detto che ci sarà un aumento drastico e mortale della resistenza agli antibiotici nei prossimi anni”, ha concluso John Brownstein, autore senior dello studio. “Ma con le nostre scoperte sul fatto che il cambiamento climatico possa aggravare e accelerare un aumento della resistenza agli antibiotici, le prospettive future potrebbero essere significativamente peggiori di quanto si sia pensato in precedenza”.

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