La rivoluzione dei sacchetti è made in Italy

Trasformare un problema in un’opportunità. Ci è riuscita l’industria italiana delle bioplastiche che ci ha liberato dalle buste inquinanti, salvando l’ambiente e l’economia allo stesso tempo. Un modello da imitare descritto in un libro

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Walter Ganapini (a cura di)
Bioplastiche: un caso di studio di bioeconomia in Italia
Edizioni ambiente 2013 pp.168

Prodotti ecosostenibili, un ambiente migliore e una forte spinta all’innovazione dell’impresa italiana in ambito ecologico: in una parola? Bioeconomia. Nel libro Bioplastiche: un caso di studio di bioeconomia in Italia Walter Ganapini spiega come il problema dei sacchetti di plastica sia diventato una grande opportunità per il paese.

È stata proprio l’Italia, infatti, a dimostrare come sia possibile stimolare gli investimenti privati in un settore d’avanguardia, e creare molti posti di lavoro nonostante il proibitivo contesto della crisi. Quella delle bioplastiche è infatti un’industria che ci permetterà di diventare competitivi sul mercato internazionale, e questo caso di studio, come spiega Ganapini nel libro, ha reso evidente come sia possibile favorire il risparmio delle risorse naturali non rinnovabili portando vantaggi all’economia. Infatti, a differenza dei rifiuti di plastica che possono rimanere in circolazione nell’ambiente per periodi lunghissimi, le bioplastiche sono biodegradabili e permettono un utilizzo efficiente delle risorse, contemplando l’attiva partecipazione di tutta la filiera di produzione e gestione dei materiali, dalle industrie agli enti regionali fino ad arrivare alla grande distribuzione e agli investitori.

La green economy, come commenta Corrado Clini nella prefazione al libro, è infatti uno dei pochi indicatori costantemente positivi in direzione dello sviluppo. In Italia le misure concrete per l’innovazione ecosostenibile sono iniziate proprio con la riduzione dei sacchetti di plastica, accelerando il processo ecologico e permettendo una piccola rivoluzione, che poi tanto piccola non è: dal 2011 infatti la legislazione nazionale ha posto il divieto sulle borse in plastica convenzionali, decretando che gli unici sacchetti commerciabili monouso debbano essere quelli compostabili e biodegradabili. Quelli di plastica tradizionale, invece, devono necessariamente rispondere a determinati criteri di durevolezza e riutilizzabilità, strettamente regolati in termini di spessore e finalità d’uso.

Una decisione, quella di togliere dal mercato i sacchetti monouso di plastica tradizionale, sorta principalmente per affrontare il problema delle discariche e della gestione dei rifiuti in conformità con le norme europee. Decisione forte, che non ha tardato tuttavia a mostrare benefici in termini ecologici: il consumo dei sacchetti usa e getta è calato di circa il 50% sulla grande distribuzione, le emissioni di CO2 annue sono calate del 29% e grazie alla riduzione del conferimento in discarica in Italia risparmieremo circa 5 miliardi di euro. Una leva ecologica per gli investimenti nel campo delle plastiche biodegradabili, un primo traguardo della bioeconomia e un grande risultato per il nostro paese, che fino al 2010 deteneva il primato europeo per utilizzo di sacchetti monouso in plastica tradizionale. Quanti anni sono serviti, dall’idea alla pratica? Almeno 20 tra studi, tentativi e vera innovazione, per far diventare quella che era una minaccia ambientale per il pianeta un’opportunità concreta, ripensando per intero un prodotto e la sua completa filiera di produzione.

Il messaggio lanciato dal libro è chiaro, e lungimirante: a partire dal caso studio delle bioplastiche riportato da Ganapini, c’è la possibilità per il nostro paese di aprirsi a un nuovo modello di sviluppo, ponendosi come esempio sul mercato dei prodotti ecosostenibili e dell’efficienza delle risorse, e mirando alla vera sostenibilità ambientale insieme a una concreta opportunità di crescita economica.

Una volta tanto, infatti, l’Italia è davvero un esempio d’avanguardia per tutta l’Europa, e ha rivitalizzato un settore dell’economia che può solamente fiorire ancora, attirando anche gli investimenti da parte di imprese leader internazionali.

Tra i punti principali per massimizzare il progetto c’è il proposito di ottimizzare gli sforzi di ricerca nell’ambito della chimica verde e delle biotecnologie, riconvertire gli impianti non competitivi e impostare una strategia nazionale basandosi su casi di studio efficaci e sostenibili come questo. Per ogni area italiana l’obiettivo a medio termine è quello di coinvolgere tutti i comuni, sviluppando politiche adatte al territorio e incoraggiando i cittadini a uno stile di vita più “green”, sensibilizzandoli e avvicinandoli ai problemi della sostenibilità.
La speranza ultima, nemmeno troppo a lungo termine, è quella di portare il nostro modello virtuoso nell’ambito delle bioplastiche oltreconfine, e d’essere imitati dagli altri stati membri dell’Unione Europea con evidenti vantaggi per l’ambiente, l’agricoltura, e tutto il settore dell’industria chimica. Perché, come dice Catia Bastioli, presidente di Kyoto Club, “la crisi economica e quella ambientale non sono altro che due aspetti di uno stesso fenomeno”.

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