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Le vittime dell’Icmesa

di
Luca Passacielo

Diego Colombo
Quelli della diossina
Edizioni Lavoro, 2006
pp.278, euro 13,00

Son passati vent’anni da Chernobyl, ma tra poco più di due mesi saranno 30 gli anni passati dalla tragedia di Seveso. Il 10 luglio 1976 un reattore dell’Icmesa esplose liberando una nuvola nel cielo della Brianza, qualche decina di chilometri a nord di Milano. L’Icmesa era una fabbrica chimica vicino al confine tra i comuni di Meda e Seveso. Quando ci fu l’esplosione, la nube tossica ricadde soprattutto su Seveso, i suoi campi coltivati, le sue case, le sue scuole. Le foglie degli alberi da subito iniziarono a accartocciarsi; gli animali a morire; sulla pelle dei bambini iniziarono a formarsi macchie rosse simili a ustioni. Ci volle qualche giorno a capire cosa fosse il gas uscito dalla fabbrica, anche perché i vertici dell’azienda (che faceva parte del gruppo chimico-farmaceutico svizzero Hoffman La Roche, tramite la controllata Givaudan) mantennero un insolito riserbo sulla quantità di materiale e soprattutto sulla possibile composizione di quella nube tossica.

C’è da capirli: la fabbrica non era del tutto in regola, e la produzione che aveva luogo avrebbe richiesto misure di sicurezza maggiori di quelle in atto. Da circa un anno, ma quasi in segreto, l’Icmesa aveva iniziato a produrre triclorofenolo, componente di base per molti erbicidi. Inoltre, la stessa fabbrica era incorsa più volte in incidenti, passati sotto silenzio, e causava ormai da anni un inquinamento del territorio in cui abitava, al punto che era incappata in denunce di vario tipo. Una reazione chimica imprevista aveva fatto riscaldare ad alta temperatura il triclorofenolo, producendo la 2,3,7,8-TCDD, nota come diossina.

Quanta ne fuoriuscì nel corso dell’esplosione è tuttora un mistero. Gli svizzeri minimizzarono: pochi etti. Studi indipendenti parlarono di 12 chili. Giulio Maccacaro, direttore di ‘Sapere’ a pochi mesi dall’incidente, parlò di ‘crimine di pace’. D’altra parte, secondo molti osservatori i prodotti di quella fabbrica finivano negli Stati Uniti, utilizzati per produrre l’Agente Orange utilizzato in Vietnam.

Il libro ricostruisce le vicende della gente di Seveso, alle prese con problemi medici gravissimi e con amministrazioni (di ogni livello, dai comuni fino al governo nazionale) tendenzialmente incapaci di fare alcunché per affrontare non solo l’emergenza ma anche la gestione successiva dell’evento. La popolazione fu praticamente lasciata a se stessa o sbattuta da una parte all’altra, senza una vera comunicazione dei rischi che correvano. Mesi in residence e alberghi, per poi fare ritorno in case ancora inquinate nonostante la bonifica, con la terra degli orti ancora piena di diossina, e soprattutto la paura. La paura di tumori, la paura di malformazioni, la paura per una vita che non poteva essere quella di prima.

La caratteristica più interessante di questo volume è proprio l’immedesimazione che riesce a offrire al lettore, raccontando storie di singole persone, sempre con la prospettiva delle vittime della diossina che di volta si trovano di fronte scelte difficili o imposte dall’alto, disorientate dalla Chiesa che minimizza (per evitare che si faccia ricorso agli aborti, consentiti in via eccezionale) e da molti scienziati che invece parlano di un veleno dalle conseguenze tragiche. Con l’aggiunta degli spari delle Brigate Rosse e di Prima Linea, della multinazionale svizzera avida e irrispettosa, di una Democrazia Cristiana che stava attenta più a evitare il malcontento piuttosto che alla sicurezza dei cittadini, nonché di beghe politiche di second’ordine. Tutti questi elementi sono solo accennati, diluiti in un racconto minimalista che lascia in bocca un fortissimo sapore amaro di ingiustizia.

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