Viaggio di un ignorante nei problemi della mente

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In maniera spregiudicata e problematica Tim Parks, scrittore, saggista e giornalista inglese, esprime in questo volume (Ma che cosa ho in testa. Viaggio di un ignorante tra i problemi della mente, UTET, 2019) le sue riflessioni sul problema della coscienza e sulla relazione tra la mente e il mondo. Invitato a partecipare – con cospicuo onorario – a una ricerca promossa dal Deutsh-Amerikanisches Institut, ha l’opportunità di discutere con insigni scienziati della relazione tra scienza e religione e , in particolare, l’ipotesi che la scienza stia sostituendo la religione nella mente delle persone.

Mente e coscienza



Tim Parks, Ma che cosa ho in testa. Viaggio di un ignorante tra i problemi della mente, UTET, 2019, pp. 287, € 20,00.

La dichiarata ignoranza scientifica di Parks lo porta a osservare criticamente, per esempio, le elaboratissime e costose sperimentazioni sul cervello dalle quali le neuroscienze traggono le loro interpretazioni. D’altra parte Parks è amico personale del neuroscienziato Riccardo Manzotti che, dopo anni di studi e ricerche, ha proposto l’innovativa teoria della Spread Mind e ne ha lungamente discusso con lui e con la sua compagna. Questa nuova teoria critica le posizioni correnti secondo le quali la mente coincide con le proprietà dell’attività neurale: queste – secondo Manzotti – non spiegano come e perché il cervello possa generare la coscienza. Piuttosto sembrerebbe che l’esperienza cosciente di un oggetto coincida con l’oggetto di cui si sta facendo esperienza, e sarebbe cioè legata al mondo fisico più che ad eventi che avvengono nel cervello.

Nel corso delle varie interviste, tuttavia, le considerazioni “ignoranti” di Parks , le sue domande apparentemente semplici e i suggerimenti derivanti dalla teoria di Manzotti non trovano soddisfacenti risposte; il modo tendenziosamente critico (e ironico) con cui vengono descritti gli esperimenti che dovrebbero portare luce su problemi essenziali mette in evidenza la distanza tra le posizioni quasi di buonsenso di Parks e quelle arditamente sperimentali degli scienziati.

Una metafora non basta

I due campi di esperienza – quella “comune” di Parks e quella scientifica dei ricercatori – si dimostrano, così, spesso incomunicabili. Fa riflettere, per esempio, la difficoltà di comprendere persino il significato letterale di molte affermazioni scientifiche: riassumendo alla neurofisiologa Hannah Monyer il senso di un suo importante articolo, Parks afferma: “Sto ripetendo a pappagallo quello che ho letto, ma quanto a capire, non ho capito niente”. E si stupisce della “invidiabile risolutezza” con cui dalla scienziata vengano considerati risolutivi dei dati per lui molto oscuri e problematici. E ancora: “L’apprendimento avviene quando l’esperienza modifica la forza e l’identità delle interconnessioni tra neuroni creando la memoria”, dice Frank Amthor, neuroscienziato alla University of Alabama; ma Parks si domanda come avvenga questa modifica, cosa si intenda per identità delle interconnessioni tra i neuroni, come questo possa costituire la memoria…

Certo gli esperti di un settore hanno creato un tipo di linguaggio con cui si intendono tra loro, ed è forse normale che gli ignoranti come Parks non lo comprendano: che vuol dire che i neuroni calcolano, trasferiscono informazioni, sono in guerra tra loro? Anche le metafore aiutano poco, e Monyer concorda sul fatto che molte di queste parole sono fuorvianti, ma solo per i non addetti ai lavori: “i neuroscienziati non si lasciano sviare – dice – perché sanno cosa si intende”.

Questioni insolute e dubbi etici

Comunque, attività neurale ed esperienza hanno, secondo Parks, caratteristiche molto diverse, e le sue domande non mancano di toccare problemi ancora irrisolti: in che modo una attività neurale è un profumo intenso e un’altra che sembra praticamene identica è una sinfonia di Beethoven?

Parks esprime la sua insofferenza per il modo in cui le neuroscienze – con tutti i complicati e costosissimi esperimenti- tendono a liquidare l’esperienza umana, il quotidiano rapporto con i fatti del mondo, il fatto che i colori ci appaiono negli oggetti che abbiamo davanti agli occhi mentre la scienza li colloca “nella testa”, come attività delle zone del cervello responsabili della visione. E nonostante si dichiari non-animalista, è impossibile non rilevare una critica ad un esperimento – descritto con molti dettagli – in cui un topo trattato appropriatamente per rilevarne le capacità olfattive, viene “travolto” da odori forti per almeno 360 volte prima di essere sacrificato e studiato a livello cellulare. Anche su questo punto senso comune e ricerca scientifica entrano in conflitto, perché riflettendo sulle vite di tutti i topi infettati, mutilati, anestetizzati nei laboratori di tutto il mondo, Parks si domanda se sia giusto fare questo per apprendere che il cervello è pieno di neuroni che scambiano sostanze chimiche e impulsi da una parte all’altra.

La scienza parli con tutti

E ancora, nella postfazione Parks invita i lettori a non lasciarsi abbindolare da quello che leggono su nuove entusiasmanti teorie senza dare peso a ciò di cui si accorgono e che accade continuativamente nella loro vita: “Siamo tutti depositari di un numero infinito di prove molto più ricche e intense di quelle raccolte nei laboratori di neuroscienze”. E conclude con il solito pessimismo antiscientifico: “Spesso il vero ostacolo alla conoscenza è la mentalità collettiva e gli enormi interessi inevitabilmente coinvolti nel nostro modo attuale di vedere il mondo”. Pur senza condividere del tutto queste considerazioni, sarebbe ormai tempo che la scienza imparasse a comunicare in maniera comprensibile il significato delle sue ricerche e dei suoi risultati, trovando una mediazione linguistica tale che anche i non esperti possano arricchire le proprie conoscenze in maniera corretta.

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