Scuola online ai tempi del Covid-19: quello che non funziona

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(Foto: Gabriel Benois on Unsplash)

L’emergenza sanitaria che stiamo vivendo sta avendo, tra i tanti altri effetti, anche un impatto profondo sulla scuola. Ne sono colpiti gli studenti di ogni ordine e grado, maestri e maestre, professori e professoresse, dirigenti, ma anche i genitori e tutti coloro che in un modo o nell’altro gravitano attorno al mondo della didattica. La rapidità con cui alcune scelte (come quella di interrompere le lezioni in presenza) sono state prese dalle autorità ha colto tutti impreparati. E se da un lato è importante riconoscere il lavoro di dirigenti scolastici e insegnanti che stanno cercando di modificare con impegno la loro didattica adattandola alla nuova situazione “da remoto”, dall’altra è impossibile non notare come le difficoltà di ordine tecnologico, insieme a una storica arretratezza nella cultura digitale di alcuni docenti, stia rendendo più difficile mantenere la fluidità nel rapporto tra studenti e insegnanti. Senza direttive chiare, senza standard, senza coordinamento, i docenti volenterosi improvvisano, districandosi tra innumerevoli piattaforme diverse, sistemi operativi non sempre aggiornati, videocamere che non funzionano, connessioni scadenti, computer più o meno obsoleti.

Scuola online, servono cultura e creatività

Servirebbe invece, proprio ora, un grande impegno didattico, cultura e creatività, sia per stimolare interessi con quei mezzi audiovisivi che i ragazzi sono capaci di padroneggiare, sia per sostenere la vita in casa, aiutando gli studenti a superare pigrizia e disinteresse, proponendo nuovi modi di relazione culturale, nuove modalità di trovare informazioni. Nessuno pensa che sia facile: perché alle difficoltà tecnologiche si sommano anche quelle di ordine emotivo. Agli insegnanti manca il contatto diretto che caratterizzava la didattica in classe. Mancano gli sguardi: di attenzione o di noia, di partecipazione, di critica, di distrazione; è insomma difficile riprodurre online quel linguaggio di connivenza tra i ragazzi stessi, e tra i ragazzi e gli insegnanti, che rende la didattica un potente sistema di comunicazione e partecipazione.

Insegnanti a due velocità

E però, accanto a docenti volenterosi, che pur nella totale mancanza di direttive dirigenziali e di standard condivisi cercano comunque, tutte le mattine, di mantenere un rapporto sensato con le loro (a volte innumerevoli) classi, resta nutrita anche la schiera degli insegnanti “delle schede”, quelli che da sempre, anche in tempi “normali”, assegnano agli studenti fotocopie e test da riempire con crocette, o compiti “da pagina x a pagina y” da studiare a casa. Quelli, insomma, che anche in questa situazione non riescono (forse senza nemmeno provarci) a trovare modalità nuove per intrattenere culturalmente i ragazzi. Insegnanti che non cambiano di una virgola le proprie abitudini didattiche, e che evitano di fare lezione, o continuano ad assegnare compiti sulla base dei libri di testo adottati, incapaci di sfruttare questa situazione per aggiornarsi, acquisire altre competenze o sperimentare forme nuove di didattica.

La mancanza di un coordinamento centrale

La ministra Azzolina, dal canto suo, ostenta ottimismo. Tutto va nel migliore dei modi, ripete da settimane. Forse però, in quanto responsabile del sistema di istruzione nazionale, dovrebbe provvedere anche alle difficoltà e alle inerzie tecniche di questa nuova situazione, per non parlare di quelle culturali. E forse dovrebbe porsi anche qualche domanda, che ad oggi è ancora senza risposta. Quanti sono i Dirigenti che hanno organizzato nei loro istituti piattaforme condivise, orari di lavoro e un diario delle lezioni on line che rispondano agli obiettivi dell’abituale fare scuola “in presenza”? Gli insegnanti che non propongono attività in rete – e ce ne sono molti – che fanno del loro tempo? Perché è così difficile “dirigere” quelli che non provano a fare scuola on-line? Chi è responsabile della loro inerzia didattica? Chi si è occupato di controllare che tutti i ragazzi abbiano a disposizione computer o tablet, connessioni adeguate e spazi per studiare, in modo da poter seguire le lezioni? Chi verifica che gli insegnanti stessi abbiano a disposizione gli strumenti adatti per fare lezione da casa (magari avendo usato i finanziamenti della buona scuola per comprare dei computer decenti)? E chi decide come gestire gli abbonamenti alle piattaforme che i docenti scelgono di usare e che spesso sono costretti a pagare di tasca propria in mancanza di un coordinamento centrale?

L’ottimismo forzato del Ministero è irritante perché non lascia spazio a quello che non va, e non consente di correggere quello che non funziona. Si procede nell’inerzia, aspettando che passi la nottata, e le situazioni problematiche rimangono tali, perché certe pigrizie o incapacità dei docenti si nascondono dietro il lavoro di coloro che invece si impegnano a trovare nuove soluzioni per salvaguardare la socialità dei ragazzi, stimolare la loro autonomia.

I “cattivi insegnanti” ci sono sempre stati. Ma in questa situazione di emergenza, in cui tutti i vecchi parametri sono saltati, sono se possibile più visibili – soprattutto quando scompaiono – e più dannosi – quando si palesano. Incapaci di modificare il loro concetto di cultura, incapaci di servirsi dei nuovi mezzi di comunicazione, incapaci di aggiornare la loro didattica, impongono modalità di lavoro e compiti assolutamente inadeguati alla nuova situazione.

Il rapporto scuola-famiglia

A pesare su tutto c’è poi un altro fattore, rimarcato dai docenti di varie discipline in alcuni incontri online: l’importanza, e contemporaneamente la difficoltà, di modificare e rinnovare il rapporto scuola-famiglia, riconoscendo e rispettando le specifiche competenze. Il rapporto già problematico con i genitori in situazioni normali emerge nella situazione di emergenza come altamente problematico. Ovviamente le difficoltà cambiano nei diversi ordini di scuola: all’infanzia è più facile, per gli insegnanti, chiedere ai genitori di impegnarsi con i bambini in attività originali: cucinare qualcosa, fare impasti, bolle di sapone… filmare e registrare momenti di lavoro. Ma già nella scuola media i ruoli sono più distinti e la collaborazione è complicata, e diventa praticamente impossibile nella scuola superiore.

Ma se i genitori aiutano i figli a collegarsi online, a parlare al microfono, a scrivere al computer e a salvare i compiti scritti, non possono non accorgersi della ricchezza o della povertà di certi contenuti, del valore o della sciatteria di certe richieste, dell’interesse o della routinarietà di certe proposte didattiche. A loro volta i docenti non possono non accorgersi della discrepanza di certi interventi dei genitori nella loro progettualità educativa, della incompetenza di certe critiche o, spesso, della voglia di sbrigarsi dei ragazzi sostenuta da analoghi bisogni dei genitori, che hanno altro da fare che aiutare i figli a fare i compiti.

Potrebbe essere questa una occasione per chiarire le reciproche posizioni, i reciproci valori e i reciproci scopi: la radicata diffidenza che separa insegnanti e genitori potrebbe essere superata dal comune interesse per il bene dei ragazzi e ci si potrebbe meglio rendere conto delle difficoltà che la controparte deve attraversare. Anche i “cattivi insegnanti” potrebbero far valere le loro ragioni trovando comprensione anziché critiche, talvolta superficiali. Sarebbe insomma auspicabile approfittare di questo momento di crisi per migliorare la collaborazione in questo senso.

Credits immagine di copertina: Gabriel Benois on Unsplash