Come abbiamo fatto a non accorgercene prima? Si può riassumere così la reazione della comunità scientifica di tutto il mondo di fronte alla ricerca pubblicata sul numero di questa settimana di Nature, in cui Frank Keppler del Max Planck Institut di Heidelberg, in Germania, sostiene che diverse specie vegetali emettono metano nell’ambiente come parte del loro normale metabolismo. Se confermati, questi dati costringerebbero sia i biologi sia i climatologi a cospargersi il capo di cenere e riscrivere i rispettivi libri di testo. Le piante, e questo si è sempre saputo, possono produrre metano quando vengono decomposte dall’attività dei batteri in assenza di ossigeno: è quello che succede nelle risaie allagate o, più prosaicamente, nell’intestino dei bovini. Ma che potessero emettere questo gas in condizioni normali, in presenza di ossigeno e come prodotto del loro metabolismo, non era proprio mai venuto in mente a nessuno. In una serie di esperimenti molto accurati, Keppler e colleghi hanno usato gascromatografia e spettrometria di massa (tecniche fisiche e chimiche standard per rilevare la presenza di determinate sostanze in un ambiente), concludendo che diverse specie di piante, specialmente di erba, emettono quantità apprezzabili di metano. Quanto, esattamente, sembra dipendere dalla luce solare e dalla temperatura, e le emissioni raddoppiano all’incirca per ogni 10 gradi in più di temperatura. Impossibile per ora stabilire i dettagli della reazione chimica che produrrebbe metano. Sembrerebbe comunque una reazione secondaria, senza funzioni specifiche per il metabolismo della pianta: una sorta di sottoprodotto insomma, ma davvero sorprendente considerando che produrre metano richiede molta energia. L’emissione di metano da parte delle piante, se vera, è molto più di una semplice curiosità. Il metano è il secondo gas serra per importanza dopo l’anidride carbonica. La sua presenza è probabilmente raddoppiata negli ultimi 200 anni, più che altro come risultato dello sviluppo agricolo (e qui ci si riferisce all’aumento di biomassa vegetale che va in decomposizione, la forma “classica” di produzione di metano). Sulla base dei dati dei loro esperimenti, Keppler e colleghi hanno stimato il possibile contributo delle piante vive al metano presente in atmosfera: e sono arrivati a un valore tra 60 e 240 milioni di tonnellate all’anno. Il valore più alto corrisponde a ben un terzo delle emissioni totali in atmosfera. La scoperta di Keppler spiega in effetti alcuni fenomeni che non erano mai stati del tutto compresi, come la presenza di vaste nubi di metano sulle foreste tropicali, documentata da diverse osservazione da satellite. Oppure il fatto, considerato inspiegabile da molti climatologi, che il tasso di crescita del metano presente nell’atmosfera stia rallentando: potrebbe essere proprio la conseguenza della deforestazione. Certo però che questi dati rischiano di aggrovigliare ulteriormente la matassa delle politiche per arrestare il riscaldamento globale. Se il contributo degli organismi vegetali all’effetto serra è davvero così grande, lo spazio di manovra per ridurre le emissioni si restringe ulteriormente. Nessuno proporrebbe mai seriamente di tagliare più alberi di quanto già si faccia perché producono metano. Staremo a vedere, perché molti dubbi su questa ricerca sono già stati sollevati prima ancora della sua pubblicazione, e tutto fa pensare che si tratti di una controversia destinata ad animare le pagine delle riviste scientifiche almeno per i prossimi mesi.





