Trapianto di utero, nata la prima bimba da una donatrice deceduta

Il caso unico al mondo è avvenuto in Brasile. Un successo che apre a nuove prospettive per i trapianti di utero e a nuove speranze per le pazienti

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Un’altra bambina è nata da una donna con un utero trapiantato. Stavolta però c’è qualcosa di diverso: l’utero infatti proveniva da una donatrice deceduta. E questa, che si sappia, è la prima gravidanza andata a buon fine con questa tecnica di trapianto nella storia della medicina. La bimba è nata un anno fa, ma la notizia è stata diffusa solo oggi dal team dell’Università di San Paolo (Brasile) sulle pagine della rivista Lancet, con la pubblicazione del caso clinico. Un successo entusiasmante, secondo gli esperti, perché apre nuovi orizzonti al campo di ricerca del trapianto di utero ampliando il bacino di donatori.

Il caso clinico

Nel 2016 una donna di 32 anni affetta da sindrome di Mayer-Rokitansky-Kuster-Hauser (una condizione che provoca l’assenza dell’utero ma non delle ovaie) ha scelto di sottoporsi a un trapianto sperimentale di utero: la donatrice infatti – diversamente dalla maggior parte dei casi di trapianto di utero descritti in letteratura medica, che avvengono da donatrici viventi – era deceduta qualche ora prima a 45 anni per una emorragia cerebrale.

L’operazione andò a buon fine e, dopo sette mesi dal trapianto, i medici trasferirono nell’utero un embrione ottenuto precedentemente con fecondazione in vitro dall’ovulo della donna e dallo spermatozoo del marito.

Anche l’impianto fu un successo e la gravidanza, riferiscono i medici nel loro rapporto, si è svolta normalmente, concludendosi con un parto cesareo programmato a 36 settimane di gestazione il 15 dicembre 2017. A un anno di distanza, mamma e figlia stanno bene.

Un unicum, per ora

Questo al momento è davvero un caso unico nel suo genere, perché è la prima volta che una gravidanza raggiunge il compimento in un utero trapiantato da una donatrice deceduta.

Nel mondo, infatti, ci sono una dozzina di bambini nati da donne che avevano subito un trapianto di utero, ma in tutti i casi l’organo proveniva da una donatrice vivente, in genere una parente o un’amica. Il primo bambino nacque nel 2014 in Svezia, poi altri sette vennero alla luce nello stesso Paese. È dell’anno scorso, invece, la prima nascita di questo tipo negli Stati Uniti.

Trapianti di utero da donatrici decedute c’erano già stati, sia in Turchia nel 2011 sia negli Stati Uniti più di recente, ma in questi casi i tentativi di gravidanze si erano risolti con aborti spontanei, portando i ricercatori a ipotizzare che l’utero fosse un organo particolarmente sensibile al mancato apporto di sangue dopo il decesso e che per questo, essendosi danneggiato, non fosse in grado di sostenere una gravidanza.

Il problema delle donatrici

Secondo gli esperti il successo dell’equipe brasiliana cambia le cose sotto diversi punti di vista. Innanzitutto dimostra che l’utero è un organo più resistente di quanto si pensasse. Stando a quanto riportato nel rapporto dei medici, infatti, l’utero trapiantato era rimasto senza apporto di sangue per quasi otto ore, il doppio del tempo rispetto a quanto avviene negli interventi programmati da donatrici viventi.

Di conseguenza ora è possibile considerare un bacino più ampio di donatrici, estendendo la possibilità dell’intervento a un maggior numero di donne e, forse un giorno, di transgender. Oggi il problema principale, infatti, sta nel trovare donatrici viventi disposte a sottoporsi alla procedura, che prevede un intervento chirurgico (l’isterectomia) lungo e invasivo, con tutti i rischi connessi e tempi di recupero importanti. Potendo attingere da donatrici decedute, invece, questi rischi non si pongono.

Tuttavia questo non risolve tutte le problematiche del trapianto di utero. Anche prendendo l’organo da persone decedute rimangono le difficoltà insite nel processo di trapianto, come ottenere un organo non danneggiato e abbinarlo in tempo utile a una paziente compatibile.

C’è inoltre un’altra questione da considerare: i trapianti di utero sono effimeri. Ciò significa che l’organo permane nel corpo della donna ricevente affinché sia in grado di portare una gravidanza, ma al termine di questa, ossia contestualmente al parto cesareo, l’utero viene tolto. E, sotto tale aspetto, il caso brasiliano non ha fatto eccezione.

Via: Wired.it

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