Essere umani significa inventare, afferma Vittorio Gallese, neuropsicologo e neuroscienziato cognitivo che analizza le nuove relazioni che ciascuno potrebbe stabilire col proprio Sé digitale. Col suo gruppo di lavoro, Gallese ha individuato in diverse zone del cervello gruppi di neuroni, chiamati neuroni-specchio, che si attivano in noi guardando altri che provano sentimenti o compiono azioni. Attivandosi, questi neuroni ci portano a rispecchiarci negli altri, facendo le loro stesse azioni o provando gli stessi loro sentimenti. Sono proprio questi neuroni, per esempio, che si attivano nel bambino quando la madre che lo sta nutrendo apre a sua volta la bocca per convincerlo a mangiare.

L’altro algoritmico
In questo volume, Gallese si propone di esplorare la relazione che ciascuno stabilisce tra il corpo, lo spazio e gli altri, modificandoli e venendone modificato: tra “gli altri” è compreso anche l’altro algoritmico, addestrato a risponderci e a comprenderci, ma che essendo solo una funzione non è un vero “altro”. Per noi umani il corpo è soggetto essenziale della nostra personalità, sempre collegato al nostro esterno; e solo attraverso il corpo possiamo raccontare, immaginare finzioni, simulare esperienze, costruire mondi possibili. La nostra identità, infatti, è formata da gesti, riti e parole che in ogni momento re-inventano ciò che siamo mentre contemporaneamente re-inventiamo i mondi in cui cerchiamo di vivere.
L’integrazione corpo-ambiente
La filosofia di Gallese si sostiene sull’approccio filosofico di una ontopsicofenomenologia incarnata, definita dalla relazione tra ontologia (studio dell’essere), psicologia (studio degli stati mentali) e fenomenologia (studio di ciò di cui si può fare esperienza). Cervello-corpo-ambiente sono profondamente integrati, e non si può comprendere la mente ignorando il corpo, il mondo e l’altro: la complessità dinamica di questa relazione dà significato all’essere umani.
Il ruolo dei neuroni-specchio
Non si dà mente senza corpo né esperienza senza relazione sensibile. La neuropsicologia, anche attraverso le potenzialità dei neuroni-specchio, vede infatti il cervello come una struttura relazionale, sempre intenta a cogliere le intenzioni e le emozioni degli altri, in un ambiente condiviso in cui si sviluppano costanti interazioni di rispecchiamento, imitazione, empatia, distinzione. Così possiamo sintonizzarci con gli altri condividendo conoscenza in una sorta di intersoggettività, o di risonanza intercorporea costruita attraverso processi di simulazione incarnata. Questo implica che il corpo, con le sue capacità di agire e sentire, è interamente coinvolto nella sua apertura al mondo e agli altri mentre stabilizza la propria individualità.
Come si costruisce il Sé
La costruzione del Sé interpersonale ha origine nell’utero e si forma plasticamente nella ricerca di reciprocità, in un rapporto relazionale che gli consente di agire il mondo secondo schemi culturalmente situati che apprende vivendo. Nel percorso che parte con l’inizio della vita individuale, il Sé interpersonale acquista significato come trama di relazioni sensomotorie sviluppando linguaggi e rappresentazioni simboliche. Il sapere condiviso, le pratiche rituali, le norme sociali, i codici gestuali che partecipano alla costruzione del Sé, integrano attraverso il corpo le conoscenze relative alle scienze del cervello e alle scienze umane.
Il ruolo della tecnologia digitale
In questo panorama le tecnologie, che da sempre accompagnano la nostra vita nel mondo, non sono solo degli strumenti, o una semplice estensione funzionale delle nostre capacità. Gallese argomenta come, nella nostra cultura, la cognizione è sempre material engagement, poiché il pensiero viene incorporato in oggetti, strumenti e forme che aprono nuove possibilità e modificano i modi di vivere e di pensare. Indipendentemente dalla nostra volontà, le tecnologie hanno da sempre modulato il nostro modo di percepire cambiato il significato al nostro agire, plasmando in modi nuovi la nostra esperienza, modificando percezioni, gesti, aspettative e modalità di azione. Dal linguaggio al computer ogni tecnologia non è solo un mezzo per comunicare ma è un filtro che cambia le regole dei nostri gesti e definisce cosa può essere visto, detto, toccato, sentito in relazione all’ambiente che condividiamo. Le trasformazioni tecniche modificano il modo in cui sentiamo il mondo e quello che possiamo pensare del mondo.
Nell’habitat digitale
L’esempio che Gallese propone – con una complessa elaborazione teorica – riguarda proprio come ai nostri tempi il guardare e conoscere attraverso sistemi di schermi-specchio riplasmi i contenuti stessi dell’esperienza, modificandone le rilevanze. Le immagini agiscono sul corpo, ne modificano l’attenzione costruendo un proprio mondo sensibile: per esempio, anche il touchscreen genera mutamenti percettivi radicali attraverso immagini che non si guardano soltanto ma si portano addosso, abitandoci costantemente. Attraverso le nuove tecnologie l’habitat digitale costruisce un Sé digitale imponendo un modo di vivere con nuovi vincoli, nuove potenzialità, e modificando i sistemi di memoria. In questo ambiente, la connessione sostituisce la co-presenza, ogni relazione affettiva deve adattarsi a nuove forme di interazione sviluppando una diversa grammatica spazio-temporale, trovando nuove forme di ritualizzazione. Si scopre una etica digitale della relazione, fondata sulla cura della distanza accettando che l’altro non sia presente in senso forte ed elaborando nuove forme di empatia.
Delega e autonomia critica
Sono molto interessanti le osservazioni di Gallese sulle modificazioni che intervengono nella costruzione personale e sociale di un Sé digitale: questa richiede nuovi tempi e modalità di relazione che danno luogo a nuovi aspetti della personalità, a nuove strategie di rapporto con l’altro. La costruzione del Sé digitale non si oppone al Sé corporeo ma lo prolunga e lo modula in una continuità trasformativa adeguata ad un habitat mediale a cui non possiamo non adattarci. Emergono nuovi problemi che Gallese considera e analizza con attenzione. In una rete di funzioni statistiche e automatismi algoritmici la responsabilità si dissolve e l’etica si delega, e l’autonomia critica diminuisce. L’IA non solo decide ma ci fa decidere: proprio per questo è necessario un pensiero critico non centrato su cosa può fare l’IA ma su cosa l’IA ci induce a fare o a non fare.
Pensare la realtà
La proposta radicale suggerita da questa ontofenomenologia è quella di sviluppare un altro modo di pensare la realtà, non come ciò che c’è ma come ciò che può accadere. Dobbiamo domandarci quale mondo vogliamo rendere reale, facendolo emergere da relazioni affettive incarnate, sviluppando una nuova soggettività che rispetti le esigenze del corpo. In conclusione, Gallese invita ad assumerci la responsabilità del nostro agire, in un mondo che può essere perché vogliamo che sia. La realtà è una possibilità incarnata di cui noi siamo co-autori, e tocca a noi dare origine a un ciò che accadrà in futuro. Non contro il digitale, dunque, ma dentro di esso: nel gesto che disattiva ogni automatismo e restituisce un margine alla sensibilità.
Credits immagine di copertina: Михаил Секацкий su Unsplash





