HomeAmbienteAltro che chilometro zero: a Roma il cibo viene da lontano

Altro che chilometro zero: a Roma il cibo viene da lontano

Per ogni chilogrammo di cibo consumato nella capitale, appena 250 grammi arrivano dall’agro romano e laziale. Oltre 600 grammi vengono da altre regioni italiane, e i restanti 150 addirittura dall’estero. Una beffa, risultato del fatto che negli ultimi sessant’anni quasi 61mila ettari di aree agricole e naturali dell’area metropolitana di Roma sono stati trasformati in superfici artificiali, e 41mila hanno subito processi di abbandono che li hanno fatti “uscire” dal ciclo produttivo agricolo. Se ne è parlato, il 5 e 6 giugno scorsi, a Buono e bio in festa, evento promosso dall’Assessorato all’agricoltura, ambiente e ciclo dei rifiuti di Roma Capitale, FederBio e Slow Food Italia in collaborazione con Sapienza Università di Roma e Mountain Partnership-Fao. Una manifestazione che ha ribadito con talk, mercati, laboratori e attività aperte al pubblico il ruolo del cibo come “legante” tra città e aree interne, politiche urbane, salute pubblica, agricoltura biologica, lavoro agricolo e futuro dei territori.

Una buona e una cattiva notizia

La dipendenza della metropoli da catene di approvvigionamento esterne ha un impatto misurabile: secondo l’Atlante del Cibo della Città Metropolitana, il Comune di Roma registra un profondo deficit commerciale in ambito agricolo, dal momento che a fronte di circa 25 milioni di euro di esportazioni, le importazioni ammontano a 465 milioni. Alla base di questa anomalia, come anticipavamo, ci sono dinamiche decennali di profonda alterazione dell’uso del suolo, che hanno ridotto drasticamente i servizi ecosistemici locali; la buona notizia, però, è che esiste un notevole potenziale di ripristino ecologico. Il Lazio detiene infatti l’11% dei terreni pubblici italiani – l’incidenza più alta su scala nazionale – che, secondo gli esperti, potrebbe sostenere politiche di rilocalizzazione della produzione tramite i principi dell’agroecologia. Su questo fronte, i dati Ismea (Istituto di Servizi per il Mercato Agricolo Alimentare) indicano che la regione è vicina ai target di mitigazione ambientale europei: l’incidenza dell’agricoltura biologica sulla cosiddetta Superficie Agricola Utilizzata (Sau) laziale si attesta infatti al 23,4%, a un passo dall’obiettivo del 25% previsto dall’Unione europea per il 2030.

La distorsione della catena del valore e il ruolo delle aree interne

Ricucire il rapporto tra centri urbani e produzione agricola, hanno ricordato gli esperti, richiede di guardare alle aree interne, collinari e montuose. In Italia, stando ai dati del Piano strategico nazionale delle aree interne, queste zone ospitano il 23% della popolazione e costituiscono il serbatoio principale dell’agrobiodiversità nazionale; un altro dato curioso è quello demografico, dato che circa un’impresa agricola su quattro è oggi a guida femminile. La transizione ecologica e la ricostruzione di filiere di prossimità, però, si scontrano con una forte asimmetria nella redistribuzione del valore economico: sempre stando alle elaborazioni basate su dati Ismea, su 100 euro spesi dai consumatori per prodotti agricoli freschi, meno di 20 rimangono al comparto agricolo primario, e il restante 80% viene assorbito dalla logistica, dalla trasformazione e dalla distribuzione. “Le città possono diventare alleate strategiche delle aree interne, sostenendo modelli alimentari più equi e sistemi produttivi radicati nei territori”, ha commentato Maria Grazia Mammucini, presidente di Federbio. “Il biologico, nelle aree marginali ma anche nell’agricoltura urbana e periurbana, rappresenta l’unico modello agricolo realmente in grado di tenere insieme tutela degli ecosistemi, qualità del cibo, salute delle persone e opportunità economiche per le comunità locali”.

Serve un cambiamento culturale e colturale

Questa compressione dei margini di profitto per i produttori disincentiva la tutela del territorio e favorisce le esternalità negative del comparto, incluse le pratiche di sfruttamento lavorativo, che coinvolgono tuttora una stima di 200mila lavoratori irregolari nell’agricoltura italiana. Per invertire la tendenza, le “food policy” urbane guardano alle leve di domanda pubblica – come la ristorazione scolastica collettiva e la creazione di biodistretti – come strumenti essenziali per bypassare la frammentazione logistica, garantire la sopravvivenza economica delle imprese locali e abbattere l’impronta legata al trasporto delle risorse alimentari. “Serve un cambiamento culturale, oltre che colturale: superare la prospettiva competitiva e riduzionista che ha sacrificato certe aree privilegiandone altre all’altare di una malintesa efficienza. Oggi è evidente che sono fragili le aree interne (collinari e montuose) che erano luoghi ‘del fare’ e sono state invece svuotate di significati e depauperate di servizi”, sottolinea Barbara Nappini, presidente di Slow Food. Ma sono altresì fragili le grandi aree urbane che devono affrontare urgenti questioni ambientali, di salute pubblica, di emergenze sociali e anche di sicurezza alimentare”.

Immagine: Steven Weeks/Unsplash

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