La primavera in anticipo porta a un’estate secca e torrida

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Le stagioni non sono più quelle che ricordavamo. E in primavera, complici le temperature sempre più miti, questo vuol dire che il panorama torna a rinverdire molto prima del solito. Le immagini scattate dai satelliti confermano che piante e alberi nell’emisfero boreale si coprono di foglie sempre più precocemente. E per quanto piacevole alla vista, non si tratta di un bene: una primavera anticipata presenta infatti un conto salato pochi mesi più tardi, in estate, quando l’anomala e prolungata attività della vegetazione può aver prosciugato l’umidità presente nel suolo, aumentando il rischio di una stagione secca, caratterizzata da siccità e ondate di calore. A rivelarlo è uno studio pubblicato su Science Advances da un team di ricerca internazionale di cui fa parte anche Alessandro Cescatti del Joint Research Center di Ispra (Varese).

Primavera anticipata, bene o male?

Che le piante emergano sempre prima dal torpore invernale non è una novità. E a guardar bene, si tratta di un fenomeno potenzialmente utile: più foglie, e più a lungo, vuol dire anche più fotosintesi, e quindi, almeno potenzialmente, una maggiore quantità di anidride carbonica sequestrata dalle piante, che potrebbero così contrastare la principale causa dell’effetto serra che sta scaldando il nostro pianeta. Purtroppo però gli scienziati sospettano che la storia non finisca qui.

Tornando in attività prima del previsto la vegetazione inizia infatti ad utilizzare precocemente le risorse idriche presenti nel suolo. E visto che l’umidità assorbita dalle piante non torna direttamente nel terreno, ma si disperde invece nell’atmosfera evaporando dai pori (o stomi) presenti sulle foglie, il rischio è che dopo una primavera particolarmente precoce il suolo arrivi al periodo estivo secco e impoverito, aprendo le porte a un’estate arida e soprattutto torrida, perché senza l’acqua che traspira dal suolo a contrastare le ondate di calore, queste tendono a farsi più intense e frequenti del solito.

Le stagioni viste dai satelliti

Ovviamente non è l’unico scenario possibile. L’acqua rilasciata dalle piante in atmosfera deve pur andare da qualche parte. E se l’eccesso provocato dalle primavere precoci si condensasse localmente, aumentando le precipitazioni nell’area, il bilancio idrologico non subirebbe alterazioni particolarmente estreme. E il rischio di estati secche e torride sarebbe scongiurato. Per comprendere quale delle due ipotesi precedenti sia la più probabile, il nuovo studio ha analizzato una ricca mole di dati satellitari relativi alle primavere e alle estati registrate negli ultimi due decenni nell’emisfero boreale, e rafforzato poi le osservazioni utilizzando i più moderni modelli climatici. E i risultati hanno confermato le previsioni più negative: il consumo di acqua provocato dalle primavere precoci non viene controbilanciato da un corrispondente aumento delle precipitazioni. Quando le foglie iniziano a comparire troppo presto, insomma, l’estate è destinata a essere particolarmente calda e secca.

Le aree più colpite

A farne le spese sono regioni come l’Europa, l’Asia continentale e il Nord America. Mentre zone come la Siberia si trovano al contrario a sperimentare estati più umide, perché la circolazione atmosferica tende a concentrare lì le precipitazioni causate dalla maggiore evaporazione nel periodo primaverile. Una situazione – scrivono gli autori dello studio – che se confermata andrà presa in considerazione nelle previsioni meteo per il periodo estivo.

Riferimenti: Science Advances