HomeSocietàIl cervello che impara: quaranta lezioni per genitori e insegnanti

Il cervello che impara: quaranta lezioni per genitori e insegnanti

Bisogna che qualcuno ci guidi nell’apprendimento. Da dove credete che vengano le vostre idee se non da quel chilo e mezzo di materia molle che si trova tra le orecchie? E’ la domanda di Stanislas Dehaene, docente di Psicologia Cognitiva Sperimentale a Parigi. Tutti pensiamo, tutti impariamo in ogni momento della vita, ma i meccanismi segreti dell’apprendimento sono ancora abbastanza misteriosi. E serve qualcuno che ci aiuti, che insegni quello che bisogna imparare. Le “perle” che Dehaene offre a genitori e insegnanti mettono in evidenza quello che succede nel cervello quando si impara, e suggeriscono i modi e le condizioni più appropriate per potenziare le capacità cognitive.

Stanislas Dehaene, L’arte di imparare. Quaranta perle di saggezza sul cervello e l’apprendimento – Raffaello Cortina Editore, 2026 – pp 235, € 19,00

La forza delle connessioni

Sappiamo che le cellule che formano cervello e sistema nervoso comunicano attraverso strutture specializzate chiamate sinapsi, dove molecole specializzate (i neurotrasmettitori) attivano segnali elettrici che vengono trasmessi da un neurone al successivo. Le connessioni chimiche tra le ramificazioni neuronali sono miliardi di miliardi, continuamente si attivano, si stabilizzano, si distruggono, e proprio dalla forza delle connessioni dipende il flusso dei nostri pensieri. Le moderne tecnologie mettono in evidenza come le sinapsi si modificano nel corso delle attività mentali, quando impariamo, quando svolgiamo attività varie, anche quando dormiamo: ogni idea è una onda chimica che si propaga in mezzo a una foresta di neuroni elettrici. I neuroni registrano le informazioni modificando le loro arborescenze, e queste si stabilizzano nella costruzione della memoria: ricordiamo quello che facciamo perché i circuiti neuronali si fissano mentre impariamo.

Quando il cervello invecchia

Sappiamo bene tutti, però, che andando avanti negli anni è sempre più difficile imparare e ricordare: la plasticità neuronale diminuisce e nell’adulto i neuroni si circondano di un involucro rigido che impedisce loro di formare nuove connessioni. Una delle perle che Dehaene regala ai suoi lettori riguarda le raccomandazioni per i genitori e per chi va a scuola: esporsi prima possibile alle lingue straniere, con corsi di immersione all’estero per non perdere la capacità neuronale di formare e stabilizzare nuove sinapsi. Bisogna non perdere flessibilità sapendo che la possibilità di imparare si sviluppa molto precocemente: fin dalla ventottesima settimana di gravidanza i bambini imparano a riconoscere la melodia del linguaggio materno, la prosodia e, dopo la nascita, riconoscono la lingua in cui parlano i genitori.

Imparare le lingue

Il cervello è in continua formazione e specializzazione: gli esperimenti con la risonanza magnetica hanno esplorato cosa succede nei neonati quando sentono parlare. Contrariamente alle aspettative, si è visto che la corteccia cerebrale è già suddivisa in regioni tattili, visive, uditive e dispone di regioni specializzate per il linguaggio, la musica, gli oggetti; quindi, tutte possono e devono essere potenziate. Dehaene, quindi, consiglia: parlare al bambino in più lingue, sviluppando un rapporto personale, accompagnando la relazione con lo sguardo e non facendogli ascoltare passivamente il linguaggio della televisione. Capire se si tratta di capacità innate o di capacità acquisite è sempre molto stimolante, ma non è ancora possibile risolvere la questione con risultati sperimentali che rimangono sempre molto ambigui. La perla che ne consegue è che i genitori devono stare molto attenti, fin dal concepimento, a non danneggiare lo sviluppo del sistema nervoso dei figli con comportamenti inappropriati o rischiosi, evitando tutte le possibili cause di ritardo mentale, ma stimolando i piccoli fin dalla nascita. È sempre importante attivare un dialogo a cui, con le sue modalità, il bambino potrà comunque prendere parte.

Il metodo giusto per stimolare il cervello

La complessità dell’apprendimento attiva funzioni cerebrali che si potenziano reciprocamente e, nel Centro di Ricerca Neuro Spin di Saclay (Francia) dedicato allo studio del cervello umano, le modificazioni vengono messe in evidenza sperimentalmente attraverso modernissime tecniche di neuroimaging. I dati mostrano che imparare a leggere porta a sostituire la vista all’udito: vengono infatti stimolate zone della corteccia visiva che rispondono alle immagini e in particolare alle lettere. Contemporaneamente il cervello acquisisce nuove competenze rispetto al linguaggio parlato, e varie zone della corteccia uditiva si specializzano e si riorganizzano correlandosi in modi via via più funzionali. Dehaene ritiene però che per imparare a leggere e stimolare il cervello in modo efficace serva un metodo giusto: il metodo analitico è il migliore perché porta ad una prima acquisizione delle singole lettere che si compongono in sillabe, e ne mette in evidenza il suono che viene riconosciuto nella frammentazione delle parole. Il metodo globale, che viene spesso contrapposto a questo, è cognitivamente meno produttivo, tanto che il Conseil Scientifique de l’Education Nationale francese ha emanato raccomandazioni molto precise sull’adozione del metodo di lettura analitico in tutte le scuole del paese.

Il bernoccolo della matematica

Per quanto riguarda la matematica, linguaggio e simboli permettono agli umani l’accesso a pensieri astratti, ma anche gli animali hanno evidenti capacità di discriminare tra quantità. Poco o molto, di più o di meno sono concetti essenziali che condividiamo con molte specie, ma solo quella umana (sembra) può formalizzarli fino alla elaborazione numerica. Con una certa ironia Dehaene sostiene che i cervelli dei grandi matematici non hanno niente di speciale e funzionano come quelli di tutti. La differenza sta nelle capacità di studio, nella volontà di applicazione e nella costanza del perseguire risultati voluti. Non esiste insomma il bernoccolo della matematica, come suggeriva il frenologo Gall all’inizio dell’800, ma esiste un grave pregiudizio di genere che discrimina le donne e che si attiva più o meno al loro ingresso nella scuola. Il fatto che le ragazze siano meno brave in matematica dipende quasi sempre da certi atteggiamenti degli insegnanti che preferiscono interlocutori maschi e non curano il rapporto con le femmine.

Dislessia e discalculia

Dal punto di vista cognitivo, Dehaene analizza problemi che dipendono da disfunzioni del sistema nervoso, come la dislessia e la discalculia: non si possono curare le lesioni funzionali che le generano ma, per sopravvivere, si possono adottare degli espedienti che pur non portando al superamento totale delle difficoltà, possono essere di aiuto sviluppando capacità complementari.

Cibo e sonno alleati del cervello

Nell’ultima sezione del volume Dehaene offre ai genitori e insegnanti le sue ultime perle, cioè i consigli per imparare ad apprendere meglio. E’ importante per i ragazzi mantenere un fisico sano, con adeguate ore di sonno e adeguata alimentazione: in un corpo non affaticato è più facile stimolare l’attività mentale. Da parte loro gli insegnanti devono saper sviluppare l’attenzione, mantenendo aperto l’accesso alla coscienza e alla partecipazione dei ragazzi. Giochi, indovinelli, provocazioni di vario tipo servono per tenere i cervelli attivi e disponibili. Contemporaneamente è importante sostenere la concentrazione, evitando distrazioni, interruzioni e – ovviamente – giochi sul cellulare: il cervello non è multitasking e non può fare più cose contemporaneamente.

Come aiutare gli studenti

Concludendo la serie delle raccomandazioni, il libro affronta problemi di metodologia didattica. L’attenzione del singolo studente può essere potenziata da un’attenzione collettiva ma, soprattutto, a un ragazzo serve un adulto che si interessi specificamente dei suoi problemi, che lo guidi nelle difficoltà e che non lo abbandoni, fidando in una malintesa ricerca di autonomia. Non si può imparare da soli, e la psicologia cognitiva insegna che i bambini imparano meglio quando ricevono istruzioni esplicite, passo dopo passo, da un insegnante che spiega con precisione il significato di quello che si sta facendo, che renda cristalline le modalità di soluzione dei problemi.

Correzioni o punizioni

Come rimodulare, allora, e rendere efficaci le teorie costruttiviste? Pensare che l’alunno debba costruire da sé le proprie conoscenze è profondamente sbagliato, ma Dehaene propone una modalità di insegnamento attivo, che richieda partecipazione e coinvolga i ragazzi attraverso domande, esercizi, discussioni e lavori di gruppo. L’apprendimento efficace ha un’importante componente metacognitiva che si sviluppa anche attraverso feedback specifici, tanto sugli errori che sui successi. Sulle basi fornite dall’insegnante, l’alunno può crescere e acquistare autonomia, rilevando le discrepanze tra ciò che succede e ciò che si aspettava dovesse succedere. E Dehaene regala una ultima perla, una conclusione lapidaria per chi è responsabile della formazione: correggere gli errori sì, punire no.

Credits immagine di copertina: CDC su Unsplash

RESTA IN ORBITA

Articoli recenti