Quando il giardino diventa un laboratorio

Un libro ci porta a spasso per il giardino, ci fa osservare le piante con gli occhi del botanico sperimentale, e ci spiega il modo più corretto per gestire il proprio angolo verde. Sempre secondo scienza.

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pianteRenato Bruni

“Le piante sono brutte bestie – La scienza in giardino”

pp. 218, Codice edizioni, 2017 Euro 18,oo

Il giardino come un banco di laboratorio. È questo il punto di vista di Renato Bruni, professore associato di Botanica e Biologia farmaceutica presso l’Università di Parma, che nel libro “Le piante sono brutte bestie – La scienza in giardino” (Codice edizioni, 2017), paragona chi coltiva un giardino, a uno scienziato inconsapevole. Il libro, diviso in quattro sezioni, una per ogni stagione, ci accompagna a spasso per il giardino, mostrandoci il piccolo e grande mondo che vi abita, corredando le spiegazioni con illustrazioni esemplificative. È un libro destinato a chi desidera gestire in modo consapevole il proprio spazio verde, con un occhio alla sperimentazione e al rigore scientifico.

Il legame tra scienza e giardino nasce per l’autore già nell’infanzia, dalle parole del nonno giardiniere. “Le piante non le capisci se non le osservi da vicino, chinandoti, abbassando il capo e guardando verso terra”. Una raccomandazione che si declina in questo libro con nozioni di biologia, botanica, chimica, fisica ed ecologia.

E proprio il punto di vista ecologico è centrale, secondo Bruni, nell’esperienza del giardino. “Molti forse non se ne rendono conto, ma per effetto dello stile che hanno scelto, il loro giardino inquina e macina risorse, come le vituperate monocolture agricole”. Anche un giardino ornamentale, dunque, ha un impatto ambientale importante, giacché la sua cura consuma acqua e rilascia erbicidi e fertilizzanti. Con la differenza che il giardino non ha un fine produttivo, come un campo agricolo, ma costituisce piuttosto uno status symbol, una rappresentazione della personalità che si desidera ostentare. Il giardino è “un’estensione dell’arredo interno, fa parte di quel complesso sistema di non detti con cui definiamo la nostra posizione nella società”, spiega Bruni. E allora ci sono gli amanti del giardino manicure, ordinato e preciso, che riflette la loro situazione economicamente privilegiata di disponibilità di tempo e di risorse. Al polo opposto, ci sono gli appassionati dei giardini selvatici e disordinati. In entrambi i casi, l’impatto ambientale del giardino può essere ingente.

Come ridurlo? Studiando, dice Bruni, per comprendere le vere esigenze delle piante. Ad esempio, leggendo il libro scopriamo che le piante andrebbero innaffiate saltuariamente e abbondantemente, per permettere lo sviluppo in profondità delle radici. E capiamo che è bene sostituire la torba, il più comune materiale di riempimento dei vasi, costituito principalmente da sostanza organica in decomposizione, con un’alternativa più ecologica. Impariamo anche che fare pipì nell’orto non sempre è il modo giusto per fertilizzare le piante, come pensava il nonno-giardiniere, ma che la scienza sta lavorando per fare propria questa idea e utilizzare l’urina come fonte di azoto per le verdure. Scopriamo anche che la citizen science – il coinvolgimento dei cittadini-giardinieri in esperimenti scientifici – ha avuto un ruolo per comprendere l’effetto dei cambiamenti climatici sulla fioritura e sul recente disaccoppiamento tra la comparsa dei fiori e l’arrivo d’insetti impollinatori.

E per coloro che proprio non possiedono il pollice verde? L’autore ha un suggerimento anche loro: riempire i vasi di terra e aspettare che qualche seme arrivi, portato dal vento. “Se la sorte arride, ci sarà la sorpresa di un fiore imprevisto ad allietare le serate”.

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