Covid-19, le realtà parallele della pandemia

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(Foto: GDJ via Pixabay)

Nella Fase 2 della pandemia da Covid-19 che negli ultimi mesi ha cambiato abitudini, modi di vivere, relazioni familiari, modalità di lavoro e di istruzione di tutti i cittadini italiani, molti si chiedono quando e come abbia cominciato a svilupparsi in Italia l’infezione da coronavirus. Cosa si è fatto realmente e cosa si sarebbe potuto (forse) fare? Il libro-inchiesta Il sistema sanitario nei giorni del COVID-19. Cosa ha funzionato e cosa è andato storto prova a ricostruire i fatti. Giornalista di vaste esperienze, Riccardo Iacona ripercorre i primi momenti della diffusione del virus, entra nelle terapie intensive degli ospedali che hanno accolto i primi malati, confronta le disposizioni legislative con la realtà, entra nelle RSA dove il numero di morti è stato altissimo.

Incredulità e negazionismo, ma il coronavirus è già qui

A febbraio, assai prima che le autorità se ne rendessero conto, la situazione era andata fuori controllo: il contagio era cominciato subdolamente già da parecchio tempo e si era diffuso prima dei provvedimenti sanitari che tendevano ad isolare l’Italia da un virus che si pensava venisse da “fuori”.

D’altra parte le misure restrittive, fortemente impopolari, sembravano assurde e, soprattutto in Lombardia erano in grave conflitto con una sorta di smodata (e malriposta) fiducia nelle proprie capacità. “Milano non si ferma” era lo slogan che circolava in una città all’apice della propria produttività e del proprio sviluppo economico. La sottovalutazione della minaccia portata dal coronavirus, l’indisponibilità a stravolgere i propri stili di vita, minimizzando il rischio fino al negazionismo, hanno portato enormi ritardi nel dover accettare le precauzioni necessarie.

Inoltre, ben presto ci si è dovuti rendere conto, soprattutto nelle regioni più contagiate, della insufficienza tragica della capienza ospedaliera, della mancanza di attrezzature, della impreparazione del personale sanitario di fronte ad una diffusione così rapida e così imprevista.

Un’esperienza sconcertante

Leggere su un libro il racconto dei fatti vissuti personalmente fino a ieri è una esperienza sconcertante e, con l’esperienza acquisita, riconoscere nel testo di Iacona lo sconcerto provato nei primi inviti al “distanziamento sociale” e alle limitazioni delle abituali attività, porta ad una strana dilatazione del tempo effettivamente trascorso. Le informazioni non mancavano ma… l’autore nota che nei comunicati quotidiani della Protezione civile, dal punto di vista epidemiologico, i numeri fotografavano un passato e non un presente: ora sappiamo che ci vogliono almeno 15-21 giorni perché l’infezione da Covid-19 manifesti di diversi sintomi e diventi quindi visibile alle autorità.

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Riccardo Iacona

Il sistema sanitario nei giorni del COVID-19. Cosa ha funzionato e cosa è andato storto

PIEMME, 2020

PP. 68, Ebook Euro 2,99

Quel piano vecchio e inascoltato

In Europa e nel resto del mondo la situazione non è stata molto diversa da quella italiana: i governi ottimisti hanno dovuto arrendersi all’evidenza della pandemia e limitare più o meno severamente le libertà dei cittadini mentre le prospettive di sviluppo economico diventavano ovunque disastrose.

Ma una prevenzione sarebbe stata possibile? A fine marzo del 2020, i giornalisti scoprono l’esistenza di un “Piano pandemico nazionale” che, conferma Iacona, si trova sul sito del Ministero della Salute e descrive in 72 pagine le varie fasi di una pandemia. Questo Piano Nazionale, peraltro molto ben fatto a detta degli esperti, è stato approvato dalla Conferenza stato-regioni nel 2006 ed è stato aggiornato l’ultima volta nel 2010; a seguito dell’epidemia della Sars l’OMS invitava tutte le nazioni ad aggiornare questo strumento ogni 3 anni ma in Italia, per mancanza di finanziamenti, il Piano non è stato mai aggiornato.

In questo documento, si mettono a punto piani di emergenza per «mantenere la funzionalità dei servizi sanitari e altri servizi essenziali», per formare gli operatori in modo che sappiano come trattare il virus ed evitare di contagiarsi, per garantire che nel caso di epidemia ci siano «le risorse aggiuntive necessarie». Ma fino al 22 febbraio 2020 non si è mai considerato il Piano pandemico che pure invitava “tutte le autorità sanitarie a effettuare un attento monitoraggio nei territori di competenza, per individuare in tempo eventuali casi di contagio e comunicarli immediatamente al ministero della Salute e all’Istituto Superiore di Sanità”.

Anche le singole Regioni devono fornirsi di un adeguato piano in caso di pandemia ma, per esempio in Lombardia, ogni comunicazione tra direzione sanitaria, soggetti sanitari operativi e popolazione è rimasta scritta sulla carta ma mai effettuata, e il reperimento dei dispositivi di protezione individuale non è stata seguita con l’attenzione che meritava. Si preferiva amministrare in deroga alla legge e spendere i 20 miliardi di euro che lo Stato affida alla regione per la salute dei cittadini senza rendere conto a nessuno.

L’inferno all’improvviso

Negli ospedali sovraffollati, l’inesperienza del personale di fronte ad un virus così contagioso, la mancanza di indicazioni chiare e di una logistica adatta, come l’uso degli stessi spazi per i percorsi di entrata e di uscita o degli stessi spogliatoi per indossare e dismettere le tute, hanno contribuito ad aumentare il numero dei decessi. E la mancanza di bombole di ossigeno e delle attrezzature necessarie ha reso dolorosa la scelta tra chi mettere in terapia intensiva e chi no. Gli ospedali, riempiti rapidamente di malati infetti, sono diventati così i principali veicoli di trasmissione del Covid-19, mettendo a grave rischio la vita dei medici e del personale sanitario.

In queste situazioni di continua emergenza, racconta Iacona, le famiglie non potevano avere alcun contatto con i malati terminali ed erano avvisate del decesso dei loro cari per telefono, da medici benintenzionati ma esausti ed emotivamente distrutti. Ma il numero dei decessi ufficiali da Covid non equivale affatto a quello dei morti reali: molte persone ammalate sono rimaste a casa e lì sono morte… anche tra atroci sofferenze.

Abbiamo imparato la lezione della Covid?

Se veramente in seguito alla Fase 2 si ritorna ad una recrudescenza del virus e ad un aumento delle persone contagiate, bisogna prendere altri e ben diversi provvedimenti. Non ci si può permettere di perdere gli operatori che sono in prima linea e quindi l’attrezzatura di protezione deve essere disponibile; bisogna compartimentare rigidamente i reparti Covid dai Covid-free e negli ospedali Covid devono arrivare solo i casi gravi e gravissimi; i casi moderati dovrebbe essere curati in strutture sanitarie intermedie, mentre i casi lievi, la stragrande maggioranza, andrebbe trattato a casa. «È vero, sono venuti a galla tutti i limiti che avevamo denunciato negli anni scorsi del modello sanitario lombardo», conferma il sindaco di Bergamo, Giorgio Gori, «era tutto centrato sugli ospedali ed aveva trascurato la medicina del territorio. Se ci fosse stata una rete in grado di intercettare i pazienti prima che si aggravassero, di dargli ossigeno prima che andassero in coma, forse avremmo salvato molte vite.”

La raccolta di dati, fatti e testimonianze realizzata da Iacona non racconta, purtroppo, una conclusione dell’epidemia ma soltanto l’inizio. Se il contagio andrà avanti, come molti temono, e ci saranno nuove ondate di persone infettate, si potrebbe fare tesoro dell’esperienza di chi ha dolorosamente vissuto questa Fase 1, evitare errori grossolani, prepararsi in tempo con personale e attrezzature adeguate, e sperare che le maggiori competenze possano aiutare a rendere meno grave e meno dolorosa la pandemia da Covid-19.

Zangrillo ci racconta un’altra pandemia

Sappiamo tutti, ormai, che la Regione Lombardia è stata particolarmente colpita dalla pandemia da Covid-19, sappiamo del grandissimo numero di contagiati e di morti, e sappiamo anche dei grandissimi disagi delle strutture ospedaliere, prive delle attrezzature necessarie e impreparate ad accogliere un numero molto alto di malati gravi.

Forse la descrizione di queste difficoltà si adatta in particolare agli ospedali pubblici: infatti il Prof. Alberto Zangrillo che dirige col Prof. Giovanni Landoni Il Centro Ricerca di Anestesia e Rianimazione dell’Ospedale San Raffaele (una struttura sanitaria privata) racconta con orgoglio di aver presto capito la gravità della situazione e di essere riuscito a potenziare per tempo la capienza ospedaliera, per ricevere i pazienti con sintomi selezionandoli per gradi di gravità e predisponendo terapie intensive. La sua geniale intuizione di trasformare in reparti Covid due tensostrutture utilizzate solitamente per attività sportive aveva permesso all’Ospedale di ricoverare, fin dal lunedì 24 marzo, pazienti colpiti in modo gravissimo dal virus, trasformando progressivamente un centro clinico universitario con reputazione internazionale in un presidio fondamentale per combattere un nemico mortale.

Alberto Zangrillo

In prima linea contro il Coronavirus. Storie dai reparti Covid-19

PIEMME 2020.

pp. 31, Ebook Euro 2,99

Il ringraziamento di Zangrillo al suo personale infermieristico, per il lavoro entusiasta, generoso e infaticabile è quasi commovente: ne descrive l’abnegazione “come qualcosa di incredibile, una gara di solidarietà che non conosceva pause, nella consapevolezza di dover affrontare qualcosa di straordinariamente pericoloso con l’animo libero di chi è protetto dal Cielo perché si sta dedicando al suo fratello più fragile con amore infinito” . Nell’ospedale lombardo, durante il mese di marzo, tutti hanno conosciuto il valore della solidarietà sostenuta da tantissimi scambi di sorrisi e frasi di incoraggiamento. È stato bello, nota Zangrillo, sentirsi chiamare «prof» avvertendo l’affetto, la stima e la comprensione, non sentendosi mai solo ma sempre circondato e protetto da un esercito di angeli custodi, ognuno col suo mandato, ognuno col nome stampato sul petto.

Il miracolo del San Raffaele

Probabilmente un’atmosfera così idilliaca non era condivisa da altre strutture sanitarie lombarde, probabilmente pubbliche, e certamente i rischi corsi da medici e infermieri che operavano in ospedali assai peggio attrezzati erano maggiori; forse costoro provavano stanchezza e disperazione impotente, sentendosi circondati da tanta sofferenza. Ma al San Raffaele le cose andavano bene.

Zangrillo, infatti, si dichiara molto fiero del ruolo rivestito dal suo Gruppo ospedaliero capace anche di svolgere attività di ricerca, una ricerca che serva per sopravvivere e possibilmente per vivere meglio. Non si tratta di trovare cure miracolose che non rispettano il dolore di coloro che quotidianamente sono in attesa di una buona notizia. La ricerca ha le sue regole precise: la sperimentazione in fasi differenti fino alla somministrazione sull’uomo, il confronto tra gruppi omogenei di pazienti, l’autorizzazione dei comitati etici. Ma infine si potrà trovare la terapia vincente e risolutiva nei confronti del Covid-19, che porterà ad implementare protocolli terapeutici utili e a controllare l’estensione del contagio con adeguati vaccini.

Zangrillo si sente impegnato in una pratica clinica legata in modo indissolubile alla ricerca, e riflette sul senso della sua attività professionale: “Dal sesto piano dell’edificio che ospita Università e Direzione, ogni pomeriggio da quel 24 febbraio ho guardato l’orizzonte: di fronte la struttura ospedaliera, sede della battaglia più importante, sullo sfondo, a destra, lo skyline di Milano, la metropoli addormentata che cercavamo di proteggere”.

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