Europa-America, la migrazione dei virus

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[1996] La celebrazione del cinquecentenario della scoperta dell’America da parte di Colombo ha stimolato, da entrambe le parti dell’Atlantico, studi e ricerche in molti campi tra cui quello della storia della medicina, della salute e delle malattie. Ci sono due differenze fondamentali nel modo in cui questi temi vengono trattati oggi rispetto al secolo scorso.

La prima è che molti studiosi non considerano più la storia della salute e della malattia come un campo di specifico interesse dei soli specialisti, ma lo affrontano come parte importante e integrante della storia generale. Per la prima volta, per esempio, l’International Congress of Historical Sciences, tenutosi a Madrid nel 1990, ha dedicato una sezione specifica all’argomento salute e malattia, nella quale è stato analizzato il modo in cui gli scambi tra il Vecchio e il Nuovo Mondo hanno influito in tale ambito.

L’altra differenza riguarda il concetto di “mutua scoperta”, (mutuo descubrimiento), cioè il tentativo di correggere la tendenza eurocentrica del passato e di iniziare a comprendere quali siano stati i contributi reciproci tra i popoli del Vecchio e del Nuovo Mondo. Si potrebbe obiettare che il termine “mutuo” esprima in qualche modo la cattiva coscienza dei discendenti dei conquistatori e nasconda la diseguaglianza e il carattere asimmetrico della scoperta. E’ comunque difficile evitare di propendere per l’una direzione o per l’altra. La scoperta dell’America può essere intesa, da un lato, come un trionfo della civiltà; essa è stata infatti, per dirlo con le parole usate da Francisco Lopez de Gomara in Historia General de las Indias (1552),”il piu’ grande evento dalla creazione del mondo, fatta eccezione per l’incarnazione e morte di Colui che lo creò” (1).

Dall’altro lato, invece, può essere considerata come l’inizio del più grande genocidio della storia dell’umanità. Sebbene sia difficile superare l’arroganza dei vincitori o il rancore dei vinti, l’idea della mutua scoperta, per quanto sbilanciata possa essere – se si considera che l’Europa, per secoli, ha sottovalutato le culture indigene del Nuovo Mondo – può servire a sottolineare che dei contributi, invece, sono stati apportati da entrambe le parti. Tale concetto, inoltre, può essere un principio guida per l’interpretazione dell’attuale situazione in cui ha una valenza estremamente importante la convivenza e la cooperazione tra i diversi popoli, sia all’interno di uno stesso Paese sia tra i vari Paesi.

Molti studi specifici hanno chiarito i diversi aspetti degli scambi di salute e malattia avvenuti attraverso l’Oceano Atlantico dal 1492. Nuove conoscenze nuove tecniche, quali lo studio del Dna umano e dei microrganismi patogeni, potranno chiarire, in futuro, come e quando molti popoli migrarono, da quali malattie furono colpiti e come queste si trasmisero attraverso i continenti. Negli ultimi anni la paleopatologia ha compiuto eccezionali progressi fornendo una risposta ad alcune di queste domande.

Il presente articolo valuta l’interazione tra eventi e fattori che, non solo in Europa e nelle Americhe ma nel mondo intero, hanno avuto un’importante influenza estesasi, oltre all’ambito sanitario, a tutti gli aspetti della vita. L’articolo considera, in particolare, i seguenti aspetti:

  • la portata e le cause della rapida diminuzione della popolazione americana nel XVI secolo;
  • la diffusione di molte malattie infettive dal Vecchio al Nuovo Mondo e,in alcuni casi, il processo contrario;
  • le conseguenze della comparsa di cibi “esotici” sull’alimentazionee sulla salute;
  • l’esportazione e l’importazione di droghe tra l’America e l’Europa;
  • i metodi di prevenzione, diagnosi e trattamento delle malattie;
  • l’impatto reciproco dei diversi modelli sanitari.

Lo studio di quanto è accaduto in passato, quando sono iniziati gli scambi tra due mondi precedentemente isolati, è diventato oggi per noi di vitale importanza e ciò è dovuto al fatto che i nostri tempi sono caratterizzati da un intenso scambio di popoli, informazioni e malattie al livello internazionale. Il presente lavoro analizza, dunque,anche le prospettive che emergono dalla situazione attuale, comprese le nuove questioni bioetiche, la possibilità di nuove epidemie e la necessità di solidarietà internazionale in campo sanitario.

Dalla separazione alla comunicazione. Prima della reciproca scoperta esistevano differenze di rilievo tra il Vecchio e il Nuovo Mondo nell’ambito della salute e della malattia. L’opinione che le comunità amerindie non venissero colpite in modo grave dalle malattie, (2)e che nell’America precolombiana vi fosse una sorta di verginità epidemiologica, è contraddetta da tradizioni scritte e orali, da scoperte paleo patologiche e dal fatto che in nessuna parte del continente americano o del mondo esistano comunità cosiddette primitive che siano così sane come alcuni illusi vorrebbero. Nonostante ciò, da quasi tutte le cronache di viaggiatori europei si evince chiaramente chela gente che essi incontravano era spesso sana, alta, agile e ben nutrita,e che di solito il clima era mite.
La densità della popolazione amerindia è ancora una questione altamente controversa. Le prime stime erano estremamente basse e infatti,quando nel 1966 Henry F. Dobins riferì che nell’intero emisfero essai aggirava tra i 90 e i 112 milioni, molti storici si rifiutarono di accettarela sua valutazione (3) Da allora, comunque, le stime sono costantemente aumentate.
Probabilmente le nuove ricerche chiariranno ulteriormente la questione. Al momento, sono largamente accettate le seguenti tre considerazioni:

  • nel XV secolo, la popolazione americana non si discostava numericamente da quella europea, che era stimata intorno ai 50-80 milioni di individui;
  • nel XVI secolo l’Europa ha attraversato un periodo di crescita demografica,da attribuirsi in parte all’importazione di prodotti dalle terre conquistate;
  • in America, al contrario, si è registrata un’improvvisa diminuzione della popolazione (che fu seguita dalla massiccia importazione di schiavi dall’Africa) che viene considerata la più grande tragedia demografica della storia.

E’ noto che l’origine e lo sviluppo comune della razza umana si è interrotto tra i 15 e i 40 mila anni fa. Rispetto all’evoluzione dell’Homo sapiens, la separazione dei diversi continenti può essere considerata un evento relativamente recente nella storia degli organismi viventi, come la migrazione dei nomadi dalla Siberia attraverso lo Stretto di Bering. Tuttavia, entrambi i processi si sono verificati in un’epoca talmente remota da aver creato, sia dal punto di vista biologico che patologico, un Nuovo Mondo tra l’Atlantico e il Pacifico. Differenti condizioni ambientali, cibi,eventi storici, organizzazioni sociali, oltre alla diversità della scienza medica e delle sue applicazioni, hanno contribuito all’isolamento di due o più patocenosi abbastanza diverse, favorite anche dalla presenza o dall’assenza di agenti biologici e di vettori delle malattie infettive.

Mirko D. Grmek ha introdotto il concetto di patocenosi per descrivere l’intero complesso di condizioni patologiche esistenti in una data popolazione in un particolare periodo storico (4) Nel Vecchio Mondo,lo scambio di malattie tra Europa e Asia non era stato frequente benché continuo. Secondo William H. McNeill, mentre dal 500 a.C. al 1200 d.C. nelle zone civilizzate dell’Eurasia si verificò un’integrazione di serbatoi virali, nel continente Americano si sviluppò una patocenosi completamente differente, in cui vaiolo, morbillo, influenza, malaria e febbre gialla erano del tutto sconosciute. L’introduzione di queste malattie avrebbe di fatto avuto un effetto devastante per le popolazioni non immunizzate. Pertanto,il loro ruolo nella tragedia demografica del continente americano non dev’essere sottovalutato.
J. C. Escudero attribuisce altresì l’improvviso aumento della mortalità anche ad altri fattori quali, per esempio, le pericolose condizioni di lavoro nelle miniere, la rottura degli schemi alimentari tradizionali, gli omicidi,e il crollo psicologico e culturale che ha indebolito le difese contro ogni forma di malattia e che ha persino causato epidemie di suicidio (5)

Importazione ed esportazione delle malattie

Dall’altra parte dell’interscambio, raramente furono riscontrate nuove malattie tra gli europei che arrivavano in America. Il candidato più controverso per la trasmissione inversaè la sifilide. Qual è stata la sua origine? Sono stati gli uomini di Colombo che, tornando dall’America, hanno portato la malattia in Europa oppure essa era già presente come infezione cronica e veniva confusa dai medici con la lebbra o con altre malattie? Dopo il 1492 l’agente della sifilide ha subito mutamenti dal punto di vista genetico ed epidemiologico? Studi futuri potranno chiarire queste domande.
La sifilide fu probabilmente la sola malattia importante esportata dal Nuovo Mondo, ma la discussione sulla sua origine risente dello stesso pregiudizio che si riaffaccia ogni qualvolta il buon senso e le ricerche storiche si trovino di fronte a malattie trasmesse per via sessuale. Una controversia simile è sorta oggi sull’origine della sindrome da immunodeficienza acquisita (AIDS). Grmek ha sottolineato: “le curiose analogie esistenti tra la diffusione della sifilide all’inizio dell’epoca moderna e l’attuale epidemia dell’AIDS: la trasmissione per contatto sessuale, il passaggio dell’infezione dalla madre al feto, l’impatto della malattia sui comportamenti, la chiusura dei bagni pubblici e dei cosiddetti ‘luoghi del viziò, la discriminazione sociale e, in qualche modo, la gravità della malattia.”(6)
Guenter B. Risse, in un altro libro sulla storia dell’AIDS, sottolinea che il diffondersi delle epidemie si accompagna molto frequentemente alla riprovazione sociale, laddove la responsabilità per avere trasmesso la malattia è più presunta che provata: “Gli ebrei sono stati accusati per la Morte Nera in Europa, gli irlandesi per il colera a New York, e gli italiani sono stati accusati di aver importato la poliomielite a Brooklyn”(7). Va ricordato che la sifilide stessa è stata definita, subito dopo la sua comparsa, mal francese o morbo gallico in Italia, e mal napolitain in Francia.

Le condizioni per la trasmissione di ciascuna malattia sono diverse. Alcune malattie come il vaiolo e il morbillo, che si trasmettono direttamente da una persona all’altra, si diffusero improvvisamente e ampiamente nel Nuovo Mondo. Altre, invece, quali la malaria e la febbre gialla, che vengono trasmesse da artropodi, si diffusero lentamente e in modo differenziato nel nuovo continente poiché l’organismo patogeno dovette adattare il proprio ciclo vitale ai nuovi vettori. Quanto alla malaria, è probabile che il Plasmodium vivax ed il P. malariae esistessero già, mentre: “l’introduzione del Plasmodium falciparum ebbe forse luogo in epoca post-colombiana. Sarebbe stato difficile per questo parassita dalla vita breve raggiungere l’America in epoca preistorica, specialmente durante l’ultima glaciazione.”(8)
Per quanto concerne la febbre gialla, sembra che la prima epidemia si sia verificata nel 1648 nello Yucatan e a Cuba, epoca in cui l’Aedes aegypti,che era stato probabilmente trasportato nei serbatoi d’acqua delle navi provenienti dall’Africa, trovò l’ambiente ideale per moltiplicarsi e per raggiungere la densità critica necessaria.
Il caso della tripanosomiasi, infine, prova che le malattie endemiche rimangono isolate, anche in presenza di enormi migrazioni di uomini, quando, per mancanza di vettori, il ciclo vitale dei parassiti non si può riprodurre. I flagellati Trypanosoma gambiense e il T. rhodesiense, che sono responsabili della malattia del sonno, si trasmettono da una persona all’altra attraverso le punture della mosca tse-tse, mentre il T. cruzi, l’agente responsabile del morbo di Chagas, si trasmette con la puntura di un insetto che introduce nella ferita feci infette. A ogni modo, il morbo di Chagas è circoscritto all’Emisfero Occidentale, e la malattia del sonno a quella fascia dell’Africa centrale in cui è presente la mosca tse-tse. Quest’ultima malattia esiste da molte centinaia di anni (scrittori arabi ne hanno descritto epidemie nel XIV secolo, cioè molto tempo prima delle esplorazioni europee), e probabilmente la sua presenza “ha contenuto l’invasione dell’Islam dal Nord e l’immigrazione portoghese e boera dal Sud”. (9)
Ciò può essere considerato un esempio della rilevante influenza delle malattie sugli eventi storici.

Una spiegazione analoga, che andrebbe unita a considerazioni geografiche, militari e culturali, si potrebbe dare a proposito delle evidenti differenze esistenti tra la colonizzazione europea dell’Africa e quella americana. I popoli delle Americhe precolombiane non erano immunizzati nei confronti dei virus importati dall’Europa e queste malattie, unite alla crudele violenza descritta per primo da Bartolome’ de Las Casas, (10) hanno contribuito al loro sterminio. In Africa, le popolazioni indigene erano in qualche modo immunizzate nei confronti delle malattie europee e sicuramente erano maggiormente immunizzate rispetto a tutte le malattie locali. Fino al XIX secolo, infatti, l’Africa Occidentale fu considerata “la tomba dell’uomo bianco“. Si pensava che gli europei, per motivi di razza, non potessero sopravvivere al clima africano e che gli africani fossero invece geneticamente adatti. Tuttavia,come osserva Philip D. Curtin, “Il punto debole degli europei non aveva nulla a che fare con la razza bensì con una mancanza di immunizzazione, in particolare nei confronti della febbre gialla e della malaria, immunizzazione che molti africani acquisivano nell’infanzia” (11). Simili condizioni morbose erano presenti in diverse parti dell’Africa e resero difficile il diffondersi dell’insediamento europeo fino a quando non vennero identificati gli agenti responsabili – nonché i loro cicli di vita – e introdotte misure preventive per proteggere i colonizzatori. Per tale motivo, in Africa, gli europei non si sostituirono mai alle popolazioni locali come accadde, invece, nel Nuovo Mondo.

Lo scambio di cibi

L’espressione “mutua scoperta” è particolarmente appropriata per gli scambi avvenuti nell’ambito della produzione e dei consumi di cibi e medicinali dopo il 1492, scambi che hanno coinvolto sia le popolazioni che vivevano ai due lati dell’Oceano Atlantico sia quelle dell’Asia e di altre parti del mondo. Gradualmente numerose piante e animali europei furono esportati nelle Americhe – in primo luogo, perché gli equipaggi delle navi erano più abituati al loro cibo tradizionale, in secondo luogo per provvedere al sostentamento dei colonizzatori e, infine, per nutrire la popolazione locale in aumento. Questa “espansione biologica dell’Europa” in alcuni casi ha sortito effetti negativi, quali, per esempio, il trasferimento oltreoceano (12) di piante infestanti. Esiste, però, anche un’ampia documentazione sui vantaggi derivati dall’introduzione di nuove specie.
Cambiamenti più repentini e profondi si verificarono dall’altra parte dell’Atlantico quando il mais, la patata, il pomodoro, l’arachide, la manioca, e altre piante molto utili e di facile coltivazione furono introdotte nell’agricoltura eurasiatica e in quella africana. Quest’importazione è stata infatti una delle ragioni principali del miglioramento degli standard di vita e dell’incremento demografico nell’Europa del XVI secolo. Nelle isole britanniche, per esempio, tra il 1541 ed il 1656 il numero degli abitanti raddoppiò, con un tasso d’incremento annuo dello 0,6%. (13)
Questi cambiamenti nell’agricoltura e nelle abitudini alimentari, tuttavia, arrecarono anch’essi degli inconvenienti. In alcuni casi, le nuove colture si sostituirono quasi completamente a quelle vecchie diventando molto vulnerabili all’aggressione dei parassiti locali; ricordiamo, per esempio, la carestia seguita alla distruzione delle patate per opera dello Scarabeo del Colorado, che, negli anni tra il 1845 e il 1847, provocò una calo della popolazione irlandese da 8 a 5 milioni. Un altro caso è rappresentato dalla diffusione della pellagra (identificata da Gaspar Casal e definita Mal de la rosa) nelle Asturie nel XVIII secolo e nella valle del Po nel XIX. Nel 1938 si scoprì che essa era causata dalla carenza di vitamina PP (che previene la pellagra), assente nel mais. Quando la dieta – povera ma equilibrata- dei contadini italiani e spagnoli fu sostituita da un’alimentazione esclusivamente a base di mais, si ebbe un’esplosione della malattia. Attribuita inizialmente a fattori genetici o infettivi, o anche all’adulterazione dei cibi (14), la pellagra si rivelò una malattia letale. Più della metà dei pazienti degli ospedali psichiatrici italiani era affetta dalla sindrome psichiatrica di tale malattia. E’ interessante notare che essa probabilmente non esisteva nelle zone in cui il mais veniva originariamente coltivato;e ciò era dovuto al fatto che gli amerindi lo integravano, nella loro dieta, con piselli e altri alimenti. E’ da notare, inoltre, che, in Italia, la pellagra diminuì e scomparve quasi del tutto verso la fine del XIX secolo e l’inizio del XX, quando i contadini ottennero salari più elevati, le loro condizioni di vita e di lavoro migliorarono e la loro dieta divenne più varia. Nel frattempo, gli scienziati discutevano ancora sulla sua eziologia.

Internazionalizzazione delle tossicodipendenze

Il commercio delle droghe attraverso l’Oceano Atlantico fu persino più rapido e probabilmente più intenso dello scambio dei cibi. La droga, qualunque sia il suo significato dal punto di vista antropologico, è un fenomeno che riguarda quasi tutte le società passate e presenti. E’ infatti comunemente accettato che gli effetti sono più nocivi quando delle droghe estranee alle tradizioni locali vengono importate e largamente usate.
Alcune delle droghe oggi diffuse negli Stati Uniti e in Europa hanno avuto origine dalla tradizione amerindia. La cocaina veniva infatti prodotta e utilizzata in Perù, Bolivia, e in altre zone del Sud America molti secoli prima dell’impero Inca. Pare che quando la Spagna occupò la regione: “la coltivazione (della cocaina) fosse limitata, che l’uso fosse vietato alla gente comune, e che i trasgressori venissero puniti. Potevano utilizzarla esclusivamente gli Inca e le élite in occasione di festività importanti e di cerimonie religiose; […] i terreni coltivati, limitati durante la dominazione Inca, aumentarono considerevolmente dopo la conquista, e il traffico di cocaina diventò un business molto redditizio”(15). Ebbe cosi’ inizio uno dei traffici più lucrativi e letali dei nostri giorni.
Nelle regioni tropicali e subtropicali delle Americhe era abbastanza comune fumare il tabacco. Esso era coltivato in grandi quantità dagli spagnoli a Santo Domingo, dai portoghesi in Brasile e dagli inglesi nella Virginia che, successivamente, lo esportarono e lo distribuirono in tutta l’Europa.

Carlo I d’Inghilterra fece del tabacco un monopolio dello Stato, e nel XX secolo la sua produzione divenne un affare al livello internazionale.
Il tabacco è oggi considerato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) l’unica e più importante causa di decessi eliminabile in tutto il mondo. L’organo ufficiale dell’Oms afferma che: “al giorno d’oggi la preoccupazione principale riguardo all’uso del tabacco è il suo aumento nei Paesi in via di sviluppo. Mentre in Occidente i mercati del tabacco diminuiscono dell’1% ogni anno, nei Paesi in via di sviluppo il fumo registra un aumento medio annuo pari al 2% […] Gli esperti prevedono che le malattie da fumo faranno la loro comparsa in questi ultimi Paesi prima ancora che si riescano a controllare le malattie infettive e la malnutrizione,e così il divario tra Paesi ricchi e Paesi poveri si amplierà ulteriormente […] [Ciò è anche dovuto al fatto che] il denaro che potrebbe essere usato per comprare il cibo per l’intera famiglia viene dirottato verso un prodotto che non ha nessun tipo di valore nutrizionale”.(16)
In Asia, la pressione esercitata per far aumentare il fumo del tabacco è stata addirittura definita “una nuova guerra dell’oppio”.
Altre droghe, come l’oppio (eroina) e l’hashish, provenienti dall’Asia,raggiunsero il continente americano passando per l’Europa o direttamente attraverso il Pacifico.
Per quanto riguarda l’alcol, infine, possiamo dire che esso è stato ed è tuttora prodotto da diversi tipi di colture e utilizzato in molte società. Il suo uso è stato, a volte, associato ad azioni premeditate finalizzate a ridurre le resistenze delle popolazioni locali come, per esempio, nel caso degli Indiani durante la penetrazione bianca in Nord America. Oggi l’alcol, in forma di bevande alcoliche, vini e birra, rappresenta un’industria le cui esportazioni si ramificano in tutto il mondo.

Stili di vita e condizioni di lavoro

Attraverso gli esempi riportati sulle malattie, le abitudini alimentari e la droga, abbiamo potuto osservare che negli ultimi cinque secoli si è verificato un intenso scambio di stili di vita e di morte. La maggior parte di queste trasformazioni, che riguardano la salute e le malattie, si sono manifestate non come effetti programmati ma come conseguenze impreviste di eventi e mode economiche politiche e culturali.
In alcuni casi soltanto vi è stata un’espressa volontà d’aiutare (con misure igienico-sanitarie, vaccinazioni e terapie) o di distruggere(con la diffusione di malattie infettive). Spesso l’improvviso cambiamento delle condizioni di vita e di lavoro ha influito positivamente o negativamente sulla morbilità e sulla mortalità, ma tali effetti non sono stati compresi immediatamente e gli stereotipi culturali hanno reso difficile identificare i veri processi coinvolti. Per esempio, l’alta mortalità degli Amerindi dovuta ai virus importati dagli europei e considerata, a volte, una conferma dell’inferiorità razziale della popolazione nativa,era in realtà determinata dalle loro inferiori difese immunitarie.
N. Wachtel ha inoltre sottolineato il ruolo dei fattori psicologici e culturali nell’aumento di tale vulnerabilità biologica e nella riduzione della voglia di vivere e di procreare. (17)
Un fattore chiave della trasformazione generale è stato il cambiamento delle condizioni di lavoro. E’ il caso, soprattutto, delle Americhe dove,sconvolgendo tradizioni profondamente radicate, sono state introdotte nuove attività, nuove tecnologie e nuovi tipi di relazioni sociali. Per quanto riguarda il primo impatto della dominazione europea, Las Casas, tra gli altri, afferma che molti lavoratori morirono per la fame e per la pesantezza del lavoro nelle miniere, specialmente nelle miniere d’oro. Per quanto concernei secoli successivi, è difficile ricostruire un resoconto oggettivo ed esauriente dei vantaggi e degli svantaggi derivati dall’introduzione di un’agricoltura intensiva e dell’industria moderna. Differenze d’opinione e d’interpretazione nascondono, in questo caso, la vera realtà dei fatti.
Disponiamo, tuttavia, di testimonianze migliori per quanto concerne i nuovi problemi insorti nella seconda metà di questo secolo. Uno di essi è rappresentato dall’esportazione di industrie, prodotti e rifiuti nocivi e pericolosi nei Paesi sottosviluppati e più “permissivi”.Il volume e la varietà di queste esportazioni sono aumentati, parallelamente alle restrizioni introdotte nel mondo industrializzato, sia sotto la pressione dei lavoratori e dei cittadini sia in virtù delle nuove regole stabilite dalle leggi nazionali e dagli accordi internazionali.(18) L’altro grande problema è rappresentato dalla distruzione o dall’impoverimento delle risorse naturali, specialmente delle foreste tropicali ed equatoriali,che minacciano non solo l’occupazione e l’habitat di alcune popolazioni,ma anche l’equilibrio di tutta la biosfera.

Cultura medica e sanitaria

Ho fin qui riassunto e commentato i cambiamenti delle condizioni di vita, del cibo e delle malattie. I contatti tra le due (o più) civiltà dopo il 1492 hanno avuto, e hanno tuttora,una profonda influenza sui modi in cui le malattie sono state e continuano a essere considerate, prevenute e curate.
Alcuni dei rimedi terapeutici comunemente utilizzati in tutto il mondo appartengono alla tradizione precolombiana, creata da “popoli che vivevano nell’umida foresta tropicale o sui semi aridi plateaux tropicali, i quali, con estrema abilità, sono stati in grado di trovare nel loro ambiente tutti i mezzi necessari alla sopravvivenza”.(19)Avanzo solo un’obiezione sull’uso della parola todos (tutti) che J. Ghisani fa nel testo originale, visto che per molte delle malattie di queste popolazioni non si conosceva alcuna cura fino all’avvento della medicina scientifica.
Il rimedio più conosciuto, e probabilmente più importante,esportato dal Nuovo Mondo è stato il chinino. La storia della Contessa di Chincon, moglie del viceré’ del Perù, che guarì dalla malaria dopo aver preso una polvere ottenuta da una miracolosa corteccia d’albero è stata messa in dubbio quale “mito inventato, esploso 40 anni fa. La Contessa non ha mai avuto la malaria a Lima, non ha mai distribuito la corteccia nel Perù, ed è morta di qualche altra malattia prima che potesse far ritorno in Spagna” (20).Il ruolo del chinino, qualunque sia la sua vera storia, è stato molto importante in tutti i continenti. D’altra parte, i Paesi industrializzati, specialmente nel XIX e nel XX secolo, hanno scoperto, prodotto ed esportato molti altri medicinali, vaccini, tecnologie e modelli di prevenzione e di cura.
L’integrazione di queste tecnologie non è stata sempre facile e a lieto fine. Prima del 1492, la cultura medica e quella sanitaria, compresi persino gli stessi concetti di malattia, avevano avuto uno sviluppo del tutto indipendente e, nei secoli successivi, le condizioni economiche, sociali e culturali rimasero molto diverse nonostante le intense comunicazioni,che oggigiorno avvengono addirittura in tempo reale. Gradualmente, il modello euro-americano, sia per i suoi risultati positivi che per le influenze economiche e  politiche che ne sono alla base, è diventato dominante a tal punto da essere quasi esclusivo. Esso ha ignorato molte delle idee e delle esperienze della tradizione americana originaria, solo di recente rivalutata (21).L’OMS, per esempio, ha pubblicato un libro in cui viene analizzato, tra l’altro, che cosa si intenda per medicina tradizionale latino-americana(22).
Lo stesso processo di unificazione forzata ha coinvolto le professioni sanitarie,compreso l’aspetto formativo, curricolare, gerarchico e di potere, non ché i sistemi di previdenza sociale e di assistenza sanitaria. I modelli euro-americani che hanno contribuito a innalzare il tenore e la durata della vita vengono ora messi in discussione, all’interno stesso dei Paesi sviluppati, per il loro costo elevato, il loro impatto dannoso sulle vite umane e la loro mancanza di efficacia – problemi che assumono proporzioni maggiori e talvolta drammatiche quando le condizioni economiche e culturali non consentono di utilizzare le risorse umane e finanziarie in maniera inefficiente.

Dalla comunicazione all’interdipendenza

Negli ultimi cinque secoli si sono verificati due grandi cambiamenti globali, tra loro collegati. Uno di essi consiste nella transizione dall’isolamento alla comunicazione, avviata nel 1492. L’altro è rappresentato dal passaggio dalla comunicazione alla totale interdipendenza, che ha avuto inizio durante la seconda guerra mondiale e che è diventato più evidente nella seconda parte del XX secolo.
Dal punto di vista sanitario, molti dei progressi compiuti in Europa nel corso degli ultimi 500 anni sono stati possibili grazie alle risorse naturali e umane provenienti dalle colonie. Allo stesso tempo, molte delle scoperte nel campo dell’eziologia, della prevenzione e della cura si sono rivelate molto utili per tutti i popoli. E’ interessante notare che tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo molte delle più importanti scoperte furono opera di medici militari (23); per esempio,nel 1881, fu un medico dell’esercito francese in Algeria, C. L. A. Laveran, a identificare nel parassita Plasmodium l’agente responsabile della malaria, e nel 1900 fu la Commissione dell’esercito statunitense a condurre esperimenti fondamentali che dimostrarono il ruolo dell’ A. aegyptinella trasmissione della febbre gialla, sostenuto per primo dal cubano Carlos J. Finlay (24).
Sebbene l’intenzione principale fosse quella di proteggere gli eserciti coloniali, i benefici di queste scoperte ebbero in seguito carattere universale. Attualmente tale processo di “esportazione di salute” è ancora in atto, mentre lo sfruttamento di risorse naturali e umane procede ancora nei modi già descritti.
Altri pericoli, raramente discussi nonostante il crescente interesse mondiale verso i problemi della bioetica, possono derivare dal cattivo uso delle potenzialità scientifiche e tecnologiche. Un esempio è rappresentato dal fiorente mercato del sangue per trasfusioni proveniente dal Sud versoi Nord (in America e in Europa) e, in alcuni casi, dal mercato nero di organi per i trapianti. Un altro esempio, più familiare, è quello relativo alla sperimentazione di nuovi medicinali e vaccini nei Paesi in cui la normativa sugli esperimenti umani è meno restrittiva (25).Infine, è necessario ricordare gli esperimenti condotti nel campo dell’ingegneria genetica. I costi elevati di tali test e la ristrettezza delle leggi europee e statunitensi comportano, talvolta, il ricorso a banchi di prova alternativi in altre parti del mondo.
In quest’era di interdipendenza emergono due possibilità: accrescere e sfruttare il divario esistente a livello internazionale tra benessere e salute, oppure, come suggerisce l’OMS, lavorare uniti per la salute di tutti. I pericoli del mondo e le speranze dell’uomo suggeriscono che quest’ultima possibilità sia non solo auspicabile dal punto di vista etico, ma anche necessaria da un punto di vista storico.
Nell’introduzione di un libro sulla storia dell’AIDS, Elizabeth Fee e Daniel M. Fox analizzano “le complicate cause del declino della storia come disciplina base della vita pubblica.” (26).La realtà globale evidenzia ancora l’importanza della storia. Quindici anni fa, commentando l’unificazione microbica del mondo dal XVI secolo in poi, Emmanuel Le Roy Ladurie concluse la sua relazione affermando che questo fenomeno “a partire dall’era moderna, perde gradualmente la sua importanza come fucina del destino dell’uomo” (27).Tutti ci auguriamo che ciò sia vero. Ma come ha scritto Jonathan Mann, ex direttore del programma AIDS dell’OMS, commentando le tesi generali su tale malattia: “Mai nella storia tante persone hanno viaggiato in Paesi tanto lontani e con una tale frequenza come accade oggi. Gli arrivi dei turisti internazionali sono aumentati di oltre 15 volte a partire dal 1950, senza contare i numerosi viaggiatori non registrati le cui cifre si possono solo supporre. Il mero volume degli spostamenti di persone e merci attraverso i confini ha creato una situazione qualitativamente nuova, che costituisce la condizione ideale per la diffusione della malattia a livello mondiale … L’HIV e’ forse il primo virus ad avvantaggiarsi di questa opportunità prettamente moderna, ma sarebbe un errore fatale pensare che sarà’ l’ultimo.”(28)
Per affrontare la situazione, Mann propone di creare “un osservatorio patogeno globale per proteggere tutti noi ” e di rafforzare le reti di comunicazione tra i sistemi sanitari di tutto il mondo. Sulla stessa scia, Stephen S. Morse sottolinea la necessità di stabilire regole internazionali per ciò che egli definisce “traffico dei virus“.(29)
Un ragionamento analogo può essere fatto relativamente al caso della droga. Gli Stati Uniti hanno creato un’agenzia specializzata per affrontare questo problema, e sono stati compiuti anche numerosi sforzi a livello internazionale,a volte combinando i programmi dei Paesi produttori con quelli dei Paesi consumatori. Ma sorprendentemente, tutto l’allarme e tutte le attività sono state concentrate sulle droghe che, coltivate nel Sud, minacciano il Nord, mentre i pericoli del fumo e del tabacco, che prevalgono nei Paesi sottosviluppati e in quelli in via di sviluppo, non vengono praticamente tenuti in conto come problemi di importanza mondiale. Ci si potrebbe chiedere in che modo vengano stabilite e decise le priorità relative alle questioni importanti. Se tale importanza fosse stabilita in base al numero di persone che possono subire danni o essere uccise, non vi è dubbi oche le priorità si capovolgerebbero. A meno che non si pensi chela droga meriti attenzione solo quando è legata a organizzazioni criminali e che nessuna regolamentazione o controllo debba essere imposto alle organizzazioni industriali che sono – almeno dal punto di vista sanitario- persino più distruttive.
Il flusso di lavoratori emigranti o immigranti (che è, e continuerà a essere, particolarmente intenso nel Mediterraneo e nel Nord America) può essere considerato come un danno o come un’opportunità. Dal punto di vista genetico e culturale, queste migrazioni possono arricchire la vita delle generazioni future, ma possono nondimeno rappresentare un rischio per la salute e un ostacolo per il benessere dei Paesi industrializzati.

Tuttavia gli immigranti lavorano e producono e sono pertanto parte attiva di questo benessere. Raramente le loro malattie hanno un’origine esotica,come è stato chiaramente documentato nel corso del Secondo Congresso Internazionale sulla Medicina e sulle Migrazioni (organizzato a Roma nel luglio 1990 dall’organizzazione cattolica Caritas e dall’Università La Sapienza). La maggior parte di esse sono infatti correlate alle condizioni di vita e di lavoro, e la soluzione risiede soltanto in un miglioramento degli alloggi, dell’alimentazione, dei salari, del lavoro e dei servizi sanitari.

Infine, devo brevemente menzionare il problema dell’ambiente globale, che è universalmente considerato come la sfida principale in quest’era di interdipendenza. E’ significativo che la Conferenza dell’ONU su Ambiente e Sviluppo del 1992, il cosiddetto “Summit della Terra“, sia coincisa con il cinquecentenario dell’unificazione del mondo. Il segretario generale Maurice Strong ha affermato retoricamente che “nessuna conferenza nella storia si è mai trovata di fronte alla necessità di prendere una serie di decisioni così importanti da determinare letteralmente il destino della Terra”. Oltre a grandi speranze, una serie di conflitti- in modo particolare tra gli interessi del Nord e quelli del Sud – hanno accompagnato i preparativi per la conferenza e le decisioni prese in tale occasione.

Sebbene commentare ulteriormente questi problemi vada oltre l’intento del presente articolo vorrei, in chiusura, citare ciò che Henry E. Sigerist scrisse nel 1943. Egli era principalmente interessato alla sanità, ma le sue opinioni sono egualmente rilevanti per l’ambiente globale: “Poiché, a seguito dello sviluppo degli attuali mezzi di comunicazione, il mondo è diventato molto piccolo, dobbiamo pensare e pianificare non solo su scala nazionale bensì su scala internazionale. Vi è una solidarietà umana nelle questioni sanitarie che non può essere impunemente trascurata” (30).

Bibliografia

1) Citato da A. Lopez Bohorquez e A. Rodriguez Carucci, “Vision Americana de la Conquista espanola. El reverso del Descubrimiento”, Contributo all’International Congress of Historical Sciences, Madrid, Spagna, 26 Agosto-2 Settembre 1990, 26

2) W. H. McNeill, Plagues and Peoples, Garden City,NY: Anchor Press/Doubleday, 1976

3) L. Roberts, “Disease and Death in the New World”,Science 246 (1989): 1245-1247

4) M. D. Grmek, “Metodi nuovi nello studio dimalattie antiche”, in Annuario Della EST Mondadori, Milano 1975.(Trad it di “Preliminaires d’une etude historique des maladies”,Annales ESC 24 [1969]: 1473)

5) J. C. Escudero, “El impacto epidemiologicode la invasion europea de America”, Ecologia Politica (Barcelona)2 (1991): 9-16

6) M. D. Grmek, Histoire du SIDA, Payot, Parigi 1989, 167. Mia traduzione

7) G. B. Risse, “Epidemics and History: EcologicalPerspectives and Social Responses”, in AIDS: The Burdens of History,a cura di E. Fee e D. M. Fox ,University of California Press, Berkeley 1988,6. Vedi anche E. Fee e D. M. Fox, “Introduction”, in AIDS, a curadi E. Fee e Fox, 1-11

8) J. De Zulueta, “Changes in the Geographical Distributionof Malaria Throughout History”, Parassitologia 29 (1987): 196.Vedi anche G. Berlinguer, “Parassitosi e sviluppo. Esperienze dellamalaria e dell’echinococcosi”, Parassitologia 33 (1991): 1-10

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10) Bartolome’ de Las Casas, Brevisima Relacion dela Destruccion de las Indias (Scritto nel 1542; Madrid, Spagna: Catedra,1982)

11) P. D. Curtin, “The End of the White Man’sGrave? Nineteenth-Century Mortality in West Africa”, Journal ofInterdisciplinary History 21 (Estate 1990): 63-88

12) A. W. Crosby, Ecological Imperialism: The BiologicalExpansion of Europe, 900-1900, Cambridge University Press, Cambridge1986

13) R. Schofield, “L’impatto della penuria edell’abbondanza sul cambiamento demografico in Inghilterra, 1541-1871”,in La Fame nella storia, a cura di R. I. Rotberg e T. K. Rabb , EditoriRiuniti, Roma 1987, 82-83. (Titolo originale Hunger and History [Cambridge,England: Cambridge University Press, 1985]).

14) A. de Bernardi, Il Mal della Rosa,Franco Angeli, Milano1984

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17) N. Wachtel, La Vision des Vaincus,Gallimard, Paris1971

18) T. MacSheoin, “The Export of Hazardous Productsand Industries: A Bibliography”, International Journal of HealthServices 17 (1987): 343-364

19) J. Ghisani, “Discorso di apertura”,in Simposio Internazionale, 4. Mia traduzione

20) G. Gramiccia, The Life of Charles LedgerMacmillan Press, New York 1988, citato da J. Bland, “He gave Quinineto the World”, in World Health (Dicembre 1988): 28-29

21) G. Coury, La medicina Dell’Epoca Precolombiana,Ciba-Geigy, Milano1987 (In francese: La medicine de l’Amerique precolombienne,Editions Roger Lacosta, Paris 1969)

22) World Health Organization, Traditional Medicineand Care Coverage: A Reader for Health Administrators and Practitioners,WHO, Geneva 1983

23) G. Berlinguer, Medicina e Politica, DeDonato, Bari 1973, 111-112. (In spagnolo: Medicina y Politica, EdicionCirculo de Estudios, Cuernavaca, Mexico1977, 49-50)

24) C. J. Finlay, “La etiologia de la fiebreamarilla”, in Obras Completas, Academia de Ciencias de Cuba,Havana 1965, 87-118

25) M. H. Pappworth, Human Guinea Pigs,Routledge and Kegan Paul, London 1967

26) Fee e Fox, “Introduction”.

27) E. Le Roy-Ladurie, “Un concetto: l’unificazionemicrobica del mondo”, in Annuario Della EST, 94-102. Mia traduzione

28) J. Mann, “The Global Lesson of AIDS”,New Scientist, giugno 30, 1990, 30

29) S. S. Morse, “AIDS and Beyond: Definingthe Rules for Viral Traffic”, in AIDS: The Making of a Chronic Disease,a cura di E. Fee e D. M. Fox, University of California Press, Berkeley 1992,23-48

30) H. E. Sigerist, Civilization and Disease,University of Chicago Press, Chicago1943, 59

(Traduzione di Tina Fera)

1 commento

  1. lo scambio colombiano e compagnia sono il secondo argomento che mi è piaciuto nella storia che è una palla al piede quindi … W LO SCAMBIO COLOMBIANO !!!

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